lunedì 21 gennaio 2013

The Invisible Man

E poi un giorno cominci ad aver paura di essere invisibile. Ti lasci alle spalle il timore di non riuscire a realizzare i tuoi sogni, di fare errori, di prendere la strada sbagliata e comincia ad avanzare, subdola ma decisa, la paura di essere diventata - semplicemente - invisibile. Se ti guardi allo specchio ti sembra che le tue parti siano tutte più o meno al loro posto, interagisci ancora col tuo spicchio di mondo, ma tutto porterebbe a dire che per il resto della società sei diventata trasparente. Eppure ti sei sempre sforzata di comportarti in maniera decente: mai una rapina, o una visita alla centrale di polizia... Non butti manco le cartacce per terra. Non puoi nemmeno evadere le tasse, visto che per il fisco più o meno non esisti. 

Si vede davvero che hai fatto qualche errore in passato, ti dici, altrimenti perché la società dovrebbe comportarsi in questo modo? Si va be', si comporta in questo modo con circa due terzi della tua generazione, ma probabilmente è perché siamo nati con una qualche tara genetica che non riusciamo a superare. Il gene Bamboccione, paventano alcuni scienziati over 50. Va bene, ci posso anche stare, ma per risolvere la cosa allora avrei una proposta a costo zero. Aiutateci a capire dove sbagliamo. Non ti vado bene per un posto per il quale sembrerei avere tutte le qualifiche richieste? Ti prego, spendi due minuti e tre righe per spiegarmi il perché. Se proprio non hai manco due minuti da dedicarmi, spendi trenta secondi per farmi sapere che hai letto il mio curriculum ma non hai intenzione di assumermi. Va bene anche la stessa email che manderai al resto dei bamboccioni. Non si tratta di crisi economica, spread o recessione: il tempo, l'empatia, la volontà di insegnare quello che qualcuno, in tempi migliori, ci ha insegnato sono indipendenti da queste cose. Sembrerà banale, ma un porta che resta chiusa fa più male di una porta sbattuta in faccia. 




giovedì 17 gennaio 2013

Il fascino discreto del trash

Possiamo, per favore, parlare un attimo di Real Time? Il canale che trasmette robe tipo Transgender e Incinta, si. A me piace. E d'altronde ci stà, visto che è indirizzato a un target di femmine dai 20 ai 40 anni che conducono una vita vuota e scevra da grandi soddisfazioni. Però a quanto pare sono in buona compagnia, visto che 'sto canale che manda factual entertainment  24/7 pare faccia ascolti di tutto rispetto. Crisi generazionale? Perversioni latenti? Insonnia? Magari si, ma sospetto che per molte di noi le motivazioni di questa semi-dipendenza siano più banali. (Parlo al femminile per correttezza, ma so per certo di molti uomini etero che sfarfallano felici davanti al Boss delle Torte e simili amenità). Tutti i programmi di questo genere seguono un format preciso: problema, azione, risultato. C'è sempre una crisi che sembra irrisolvibile, qualcuno che ti aiuta a risolverla e - Parimpampum, il guaio presto sparirà. Tutto questo nell'arco di un'ora al massimo, pause pubblicitarie incluse. Non importa che tu vesta come una sopravvissuta all'inverno nucleare, ti trovi a partorire due gemelli nel cesso di un discount, o non sia in grado di cucinare le capesante al pistacchio; si risolverà tutto. Ascolta la fatina del guardaroba, l'ostetrica hipster, il cuoco brusco ma dal cuore tenero e alla fine del programma sarai una persona migliore. Almeno un po'. E immedesimarsi è facile, perché gli esperti in questione ce li hanno propinati così tante volte che ormai li sentiamo vicini come gente di famiglia: anche loro infallibilmente sempre uguali a loro stessi. Per non parlare dei protagonisti in difficoltà: ciccioni assurdi, donne che non si accorgono di essere incinte, quarantenni che si accaniscono a portare i pantaloni con le pences, tizi con verruche più grandi di bigné... Insomma diciamocelo, sembrano tutti un po' più sfigati di noi. Quindi se loro ci riescono, perché io no? Ok, una parte di noi sa bene che è tutto un po' troppo semplice e ripetitivo, ma alla fine è come quando intorno ai cinque anni ci siamo rese conto che no, era poco probabile che quei quattro topi fossero riusciti a sistemare il vestito di Cenerentola in meno di un pomeriggio e ci siamo trovate di fronte a una decisione drammatica: rinunciare alla favola o sospendere temporaneamente il nostro giudizio critico. E un po' di favola nella vita oggi serve come non mai.  Perché è bello la sera tornare a casa e scoprire che Gordon Ramsay, in fondo, ci vuole bene. 





mercoledì 9 gennaio 2013

Forse non sono una deviata sociale


Crescendo, ho sempre guardato a me stessa con un certo sospetto. Sono stata una ragazzina piena di confuse contraddizioni; a scuola me la sono sempre cavata, ma spesso gli insegnanti si lamentavano con i miei genitori del mio essere "Riflessiva, poco spontanea, silenziosa, timida." Ricordo di avere inventato ogni genere di stratagemma per cercare di scomparire ogni volta che un insegnante scandagliava la classe alla ricerca di qualcuno che rispondesse ad una domanda. Il 90% delle volte non avrei avuto alcun problema a rispondere alla stessa domanda per iscritto o magari in una conversazione a quattr'occhi, ma parlare in pubblico mi terrorizzava. Anche le feste erano spesso una prova da superare; tutti sembravano più brillanti di me, più sicuri, più attraenti, più carismatici. Insomma, sono cresciuta convinta di soffrire di una qualche rara patologia comportamentale. Qualcosa doveva essere andato terribilmente storto durante il mio sviluppo, rendendomi asociale, chiusa, fredda e insomma... una snob di merda. Soltanto recentemente ho scoperto che mi sbagliavo: ero e sono soltanto un'introversa. Naturalmente avevo già sentito questo termine, ma lo avevo sempre associato a un senso peggiorativo: l'introverso era colui che manca di estroversione, quindi di calore umano, di carisma, di intelligenza. I miei genitori erano estroversi, la mia cugina preferita era estroversa, e con loro i più popolari della scuola, il 99% delle celebrità e delle persone importanti. Volevo disperatamente diventare come loro, o per lo meno assomigliargli almeno un po'. E per anni ci ho provato in ogni modo: imponendomi eventi sociali che mi lasciavano sfinita e cercando di copiare le loro strategie (sorridere sempre, fingere di essere divertita anche quando non lo ero, frequentare persone più cool, ecc). Ma lo sforzo era così grande e i risultati così miserrimi che intorno al quarto anno di liceo ho gettato la spugna: ero condannata ad essere, se non una persona, almeno una personalità di serie B. Le cause di questa sentenza non erano chiare: probabilmente avevo iniziato troppo tardi a cercare di cambiare, oppure ero stata troppo pigra, o magari il mio aspetto fisico mi aveva penalizzato oltre ogni possibilità di redenzione sociale. In ogni modo era una cosa che sentivo in ogni fibra del mio essere e quindi mi sembrava che ci fosse ben poco da fare. Mi sono rassegnata a questo triste destino fino a quando non mi sono imbattuta, appunto, in questa scoperta incredibile: circa un terzo della popolazione occidentale (e più di metà di quella dei paesi orientali) è come me. Confesso che sono un paio di mesi che sto leggendo praticamente tutto quello che riesco a trovare sull'introversione (tipico comportamento introverso) e wow, me s'è aperto un mondo. Appartengo a un gruppo anche io! Non sono una deviata sociale! Non odio il prossimo! Cominciando a guardare le cose da una prospettiva solo leggermente diversa infatti, mi sono resa conto che:

  • Non odio stare con gli altri; semplicemente dopo un po' sento il bisogno di ricaricare le pile in solitudine. 
  • Non sono particolarmente ottusa, ma mi piace riflettere prima di parlare. Però in un mondo in cui il più veloce e il più appariscente vince quasi sempre, finisco spesso in secondo piano.
  • Non sono una stronza snob... O almeno non sono una snob; anzi sono capace di provare affetto ed empatia come la maggior parte delle persone, ma spesso resta tutto dentro di me. (Sulla stronza persistono ancora ragionevoli dubbi).

 Molti ricercatori pensano che le basi dell'introversione e dell'estroversione siano genetiche; quindi - se tanto mi da tanto - non dovrebbe esserci un carattere vincente e uno perdente, o quest'ultimo col tempo si sarebbe estinto. Invece anche noi introversi, evidentemente, a qualcosa dobbiamo servire. A cosa? Forse ad ascoltare, a sbatterci con teorie e ragionamenti complessi, a scrivere racconti e poesie, a immaginare teoremi matematici. O magari, più semplicemente, a integrare gli estroversi ricordando al mondo che esistono – e a volte sono vincenti – anche scelte e strade un po’ demodé come la gratificazione ritardata, l’osservazione, l’immaginazione, l’approfondimento (ossessivo e non). Non mi fraintendete: adoro gli estroversi e in fondo li invidio ancora un po’.  Non è mia intenzione criticarli, se non altro perché sono quasi tutti più simpatici di me. Quello che volevo, confusamente, dire è che probabilmente dovremo imparare gli uni dagli altri. La battaglia contro me stessa che ho combattuto da adolescente non è servita perché non sapevo ancora chi ero e cosa era giusto pretendere. E però mi sto convincendo sempre più che, una volta capiti e accettati i punti di forza e quelli deboli del nostro carattere, cambiare – nel senso di crescere - è possibile. Almeno un po’. Io posso decidere di andare a quell’aperitivo con persone semi-sconosciute e magari tornare a casa un po’ prima (o comunque quando comincia l’iperventilazione), il mio amico estroverso può decidere di contare fino a venti prima di parlare o rileggere un’email importante prima di inviarla. Non tanto per eliminare le differenze, quanto piuttosto per espanderci e capire meglio cosa prova chi è diverso da noi. 




 Se qualcuno avesse voglia di approfondire questa roba, consiglio vivamente "Quiet, il potere degli introversi in un mondo che non sa smettere di parlare", di Susan Cain.