Crescendo,
ho sempre guardato a me stessa con un certo sospetto. Sono stata una ragazzina
piena di confuse contraddizioni; a scuola me la sono sempre cavata, ma spesso
gli insegnanti si lamentavano con i miei genitori del mio essere
"Riflessiva, poco spontanea, silenziosa, timida." Ricordo di avere
inventato ogni genere di stratagemma per cercare di scomparire ogni volta che
un insegnante scandagliava la classe alla ricerca di qualcuno che rispondesse
ad una domanda. Il 90% delle volte non avrei avuto alcun problema a rispondere
alla stessa domanda per iscritto o magari in una conversazione a quattr'occhi,
ma parlare in pubblico mi terrorizzava. Anche le feste erano spesso una prova
da superare; tutti sembravano più brillanti di me, più sicuri, più attraenti,
più carismatici. Insomma, sono cresciuta convinta di soffrire di una qualche
rara patologia comportamentale. Qualcosa doveva essere andato terribilmente
storto durante il mio sviluppo, rendendomi asociale, chiusa, fredda e
insomma... una snob di merda. Soltanto recentemente ho scoperto che mi
sbagliavo: ero e sono soltanto un'introversa. Naturalmente avevo già sentito
questo termine, ma lo avevo sempre associato a un senso peggiorativo:
l'introverso era colui che manca di estroversione, quindi di calore umano, di
carisma, di intelligenza. I miei genitori erano estroversi, la mia cugina
preferita era estroversa, e con loro i più popolari della scuola, il 99% delle
celebrità e delle persone importanti. Volevo disperatamente diventare come
loro, o per lo meno assomigliargli almeno un po'. E per anni ci ho provato in
ogni modo: imponendomi eventi sociali che mi lasciavano sfinita e cercando di
copiare le loro strategie (sorridere sempre, fingere di essere divertita anche
quando non lo ero, frequentare persone più cool, ecc). Ma lo sforzo era così
grande e i risultati così miserrimi che intorno al quarto anno di liceo ho
gettato la spugna: ero condannata ad essere, se non una persona, almeno una
personalità di serie B. Le cause di questa sentenza non erano chiare:
probabilmente avevo iniziato troppo tardi a cercare di cambiare, oppure ero
stata troppo pigra, o magari il mio aspetto fisico mi aveva penalizzato oltre
ogni possibilità di redenzione sociale. In ogni modo era una cosa che sentivo
in ogni fibra del mio essere e quindi mi sembrava che ci fosse ben poco da
fare. Mi sono rassegnata a questo triste destino fino a quando non mi sono
imbattuta, appunto, in questa scoperta incredibile: circa un terzo della
popolazione occidentale (e più di metà di quella dei paesi orientali) è come me. Confesso
che sono un paio di mesi che sto leggendo praticamente tutto quello che riesco
a trovare sull'introversione (tipico comportamento introverso) e wow, me s'è
aperto un mondo. Appartengo a un gruppo anche io! Non sono una deviata sociale!
Non odio il prossimo! Cominciando a guardare le cose da una prospettiva solo
leggermente diversa infatti, mi sono resa conto che:
- Non odio stare con gli altri;
semplicemente dopo un po' sento il bisogno di ricaricare le pile in
solitudine.
- Non sono particolarmente ottusa,
ma mi piace riflettere prima di parlare. Però in un mondo in cui il più
veloce e il più appariscente vince quasi sempre, finisco spesso in secondo
piano.
- Non sono una stronza snob... O
almeno non sono una snob; anzi sono capace di provare affetto ed empatia
come la maggior parte delle persone, ma spesso resta tutto dentro di me.
(Sulla stronza persistono ancora ragionevoli dubbi).
Molti
ricercatori pensano che le basi dell'introversione e dell'estroversione siano
genetiche; quindi - se tanto mi da tanto - non dovrebbe esserci un carattere
vincente e uno perdente, o quest'ultimo col tempo si sarebbe estinto. Invece
anche noi introversi, evidentemente, a qualcosa dobbiamo servire. A cosa? Forse
ad ascoltare, a sbatterci con teorie e ragionamenti complessi, a scrivere
racconti e poesie, a immaginare teoremi matematici. O magari, più
semplicemente, a integrare gli estroversi ricordando al mondo che esistono – e
a volte sono vincenti – anche scelte e strade un po’ demodé come la
gratificazione ritardata, l’osservazione, l’immaginazione, l’approfondimento
(ossessivo e non). Non mi fraintendete: adoro gli estroversi e in fondo li
invidio ancora un po’. Non è mia
intenzione criticarli, se non altro perché sono quasi tutti più simpatici di
me. Quello che volevo, confusamente, dire è che probabilmente dovremo imparare
gli uni dagli altri. La battaglia contro me stessa che ho combattuto da
adolescente non è servita perché non sapevo ancora chi ero e cosa era giusto
pretendere. E però mi sto convincendo sempre più che, una volta capiti e
accettati i punti di forza e quelli deboli del nostro carattere, cambiare – nel
senso di crescere - è possibile. Almeno un po’. Io posso decidere di andare a
quell’aperitivo con persone semi-sconosciute e magari tornare a casa un po’
prima (o comunque quando comincia l’iperventilazione), il mio amico estroverso
può decidere di contare fino a venti prima di parlare o rileggere un’email importante
prima di inviarla. Non tanto per eliminare le differenze, quanto piuttosto per espanderci
e capire meglio cosa prova chi è diverso da noi.
Se qualcuno avesse voglia di approfondire questa roba, consiglio vivamente "Quiet, il potere degli introversi in un mondo che non sa smettere di parlare", di Susan Cain.