sabato 20 aprile 2013

Di santi, poeti e navigatori

Noi italiani siamo gente creativa. Inventare, innovare, trovare soluzioni originali fa parte del nostro inconscio collettivo e questa realtà di per se  non è né buona né cattiva. E' quello che siamo, quello che sappiamo fare perché era così che facevano i nostri genitori e i genitori dei nostri genitori. Da queste carte possono venire fuori uomini come Leonardo, Michelangelo, Benigni, Eco o come tutti gli italiani che - ormai quasi sempre all'estero - innovano, fanno ricerca, portano la ricchezza che viene dalle idee. Ma dalle stesse premesse possono nascere anche i Mussolini, i Berlusconi, i D'Alema. Uomini a loro modo carismatici che, una volta eletti rappresentanti della nostra classe dirigente, trovano nelle nostre caratteristiche terreno fertile per propagare il qualunquismo, la furberia e spesso l'illegalità. Per questo credo che, almeno in questo momento, parlare di senso civico, di responsabilità, di bene comune non abbia molto senso in questo nostro paese pieno di sole. Da decenni abbiamo imparato da chi sta sopra di noi l'arte del compromesso, dell'arrangiarsi, del gettare acqua al proprio mulino. "Non mi fare la fattura... ci mettiamo d'accordo e paghiamo meno tutti e due. Poi tanto con quello che rubano gli altri..." Perché gli Altri sono sempre peggio di noi: un po' più disonesti, un po' più scaltri. E il dramma è che spesso abbiamo ragione. "Perché devo essere io l'unico stupido? Perché devo sbattermi con la differenziata quando poi si sa che i rifiuti finiscono tutti insieme? Perché devo farti lo scontrino per due euro quando uno come Fiorito che ha rubato milioni è libero? Perché devo fare il biglietto della metropolitana se il servizio fa schifo?" Ok, possiamo scegliere questa posizione. Però poi quando, come oggi, la nostra classe politica raggiunge livelli olimpionici di schifo non possiamo fare le anime belle e dire che meritiamo di meglio. Ovviamente ci sono parecchie e dolorose eccezioni, ma la mia impressione è che questi sono i governanti che ci meritiamo. E che, cosa non da poco, abbiamo eletto democraticamente. 

Purtroppo è un serpente che si mangia la coda: il malcostume genera malcostume e produce altro malcostume. Come si interrompe questo circolo vizioso? Forse, solo andandosene dall'Italia. Scrollandosi di dosso quest'aria soffocante che sa di sole e di fiori, spalancando gli occhi, guardando da fuori tutto quello che stiamo sprecando e poi - se si ha davvero coraggio - tornando.

venerdì 12 aprile 2013

Guest bloggers #1: Mulder, Scully, Edmund


Dunque. Fondamentalmente ormai mi sono affezionata a questo piccolo blog, solo che non so mai bene cosa scriverci. Mi spiego: amo la bloggosfera e mi piacerebbe condividere un po' del mio mondo, ma - ad esempio - proprio non riesco a capire quelle persone che pubblicano foto super-contrastate della loro progenie come se non ci fosse un domani. Oppure autoscatti di parti anatomiche fatti nei camerini dei negozi. Non dico che non li condivido per qualche motivo profondo, è che, a parte rare eccezioni, io riesco a fare una roba alla volta (quando ci riesco). Epperò mi giunge voce che le immagini 'tirano', che catturano l'attenzione più delle parole. Così mi è venuta alla mente un'idea geniale: Una rubrica di consigli letterari! Con dei blog-guest d'eccezione! E un servizio fotografico francamente imbarazzante originale! Tanta roba, lo so. Dunque, senza por tempo in mezzo, mi accingo a presentarvi i primi (e forse ultimi, dipende dalla dignità che mi resterà in futuro) ospiti letterari di Mi Piacerebbe Essere un Gatto.






MOMO – Michael Ende (Mulder e Scully)

Ai margini della città, tra le rovine di un antico anfiteatro, vive una bambina orfana di nome Momo. Momo ha un talento speciale, la capacità di ascoltare, che usa per aiutare tutti i suoi amici che vengono a farle visita, finché un giorno i sinistri Uomini Grigi cominciano a impadronirsi silenziosamente della città. Solo Momo ha il potere di resistere, e con l'aiuto del Professor Hora e la sua strana tartaruga Cassiopea, viaggia oltre i confini del tempo per scoprire i loro segreti oscuri.

Questo libro è piaciuto molto a entrambi. Si tratta di una storia ‘senza tempo’ (--> battutona di Mulder che apprezzerete in pieno dopo aver letto il libro, n.d.S.) che lettori di età diverse potranno apprezzare secondo diversi livelli di lettura. Momo è un’eroina sui generis che non ha nessuna delle caratteristiche delle più o meno moderne Principesse di varia provenienza; anzi, oggi probabilmente verrebbe definita una senza fissa dimora con un ritardo dell’apprendimento (giustificato però da una mancata frequentazione scolastica, n.d.S.). Questa decenne però ha un talento speciale: la capacità di ascoltare. Momo non elargisce consigli né opinioni… ascolta e basta, regalando tempo senza domandare nulla in cambio. Uno spreco che gli Uomini Grigi proprio non possono tollerare. Una lettura breve e delicata, perfetta tanto quanto fiaba della buonanotte che come compagna per un pomeriggio di pioggia. 






CUCCETTE PER SIGNORA –Anita Nair (Scully)

India. Un treno in viaggio nella notte e sui binari si snodano e si intersecano i ricordi di sei donne, sconosciute compagne di viaggio. All'arrivo Akhila sarà finalmente una donna serenamente decisa a spezzare le catene della sua cultura.

Questo libro ho dovuto recensirlo io perché “E’ un romanzo da femmina.” Vero. Probabilmente è vero che la psicologia femminile è cosa troppo complicata per un uomo, che non capendo questo genere di scrittura la bolla come noiosa, pesante… e via andare. Senza contare che un uomo, trovandosi di notte in compagnia di altri cinque portatori di pène (occhio all’accento), si guarderebbe bene dal condividere con essi debolezze, fallimenti e sogni. Le protagoniste di questo romanzo invece sono donne frustrate e provate dalla vita, e però terribilmente sincere. Di quella sincerità che nasce solo tra sconosciute e, forse, solo di notte. Le loro sono storie di sacrificio, di conformismo, di matrimoni combinati e aspirazioni soffocate. Ma anche di piccole ribellioni e di sprazzi di libertà.  Istantanee di un’India attuale e priva di ogni romanticismo esotico. 





 
DIO ODIA IL GIAPPONE – Douglas Coupland (Mulder)

Meno male che me so’ sfangato il romanzo sulle donne indiane frustrate. Per carità, bello sarà stato bello, ma appunto… Troppo complicato per me, umile portatore di pène. (Nonché di péne, ma per questo dovrei scrivere un romanzo mio). Dio odia il Giappone è un piccolo cult-book. Scritto dall’autore di Generazione X (e voglio dire…), profeta del postmodernismo pop, nonché ”possibly the most gifted exegete of North American mass culture writing today", questo strano romanzo di formazione fu pubblicato nel 2001 soltanto in giapponese. Perché tradurre in giapponese un testo scritto in inglese e farne di fatto scomparire la versione originale per più di dieci anni? Un mistero sul quale andrebbe fatta luce. Nel 2012 per fortuna è stato tradotto e pubblicato in italiano da una piccola casa editrice, che ne ha riproposto anche le illustrazioni originali davvero fighe.  Ah, manca la trama. Scusate.

La storia si concentra su giovani giapponesi persi nel malessere che ha travolto la cultura nipponica dopo lo scoppio della bolla economica tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90. Si parla anche dell’attentato nella metropolitana di Tokyo del 1995, di droghe sintetiche e di amore. 




 

IO VI MALEDICO – Concita De Gregorio (Edmund)

“E’ la perdita del lavoro l’origine del vortice di frustrazione, disillusione e paura che ci ha condotti qui. Non c’è altro da fare, oggi, che non sia dare voce a chi non ha voce. E’ quello il punto di rottura, il luogo in cui sparisce la solidarietà e il sentimento di condivisione che è alla base dell’idea di democrazia. Perché se non hai di cosa vivere ogni vicino è il tuo nemico.”

Io vi maledico è un libro tosto. Parla della rabbia ovattata di una generazione “post-ottimista e iperconnessa”, di un risentimento senza sbocco che ristagna e fermenta senza portare a una vera ribellione. Ma per ribellarsi bisogna essere consapevoli: bisogna prima aprire gli occhi e guardarsi in uno specchio che ci rimandi la nostra immagine nel modo più onesto possibile. Ed è questo che prova a fare l’autrice in questo reportage in giro per l’Italia che ha come leitmotiv la mancanza di lavoro e lo sfruttamento. Storie di giovani e meno giovani, di madri e di figli, di eroi e anti eroi del quotidiano, di ingiustizie ma anche di riscatto. Raccontate sempre con garbo e partecipazione. 





That’s all Folks! Speriamo che qualcuno ci abbia letto fin quaggiù. I lettori più attenti e affezionati si accorgeranno che manca la recensione di Io Viaggio da Sola (se non siete particolarmente attenti lo potete vedere nella prima foto, fa lo stesso). Doveva recensirlo Scully, ma all’ultimo momento è stata chiamata in ospedale e fare qualcosa che aveva a che fare con delle cellule staminali (sarà vero?). Io (Mulder) non lo potevo recensire al suo posto perché è un libro da femmina e Edmund… Boh, Edmund dopo le cinque è sempre fuori a cazzeggiare con gli amici  e appena gli chiedi un favore extra prende d’aceto che levate. Quindi boh, se ci sarà una prossima volta immagino che verrà recensito la prossima volta. Voi intanto continuate a leggere, ad aprire la mente e a scrutare il cielo alla ricerca di eventuali oggetti volanti non identificati. 



mercoledì 3 aprile 2013

(Solo) un leggero dolore

Venire contattati via cellulare di venerdì sera da un'importante e (g)giovane azienda per un colloquio in inglese per un posto diverso da quello per cui avevi inviato un curriculum settimane prima. Zerbinarsi un po', cercando di rispondere a domande vagamente strane ("Perché pensi di essere adatta per questo lavoro?" Beh, veramente mi ero candidata per un lavoro diverso, ma siam mica qui a spaccare il capello). Accettare (un po' incredula) di sostenere un secondo colloquio in sede, poi aspettare per una settimana l'email ufficiale in cui ti comunicano data e ora del colloquio. Andare al colloquio dopo una notte insonne passata a prepararti, sfangare il secondo colloquio. "Ti faremo sapere al più presto, sia che sia andata bene e allora ci sarà un terzo colloquio, sia che sia andata male." Tornare a casa e aspettare due settimane. "Non è andata bene, ma grazie comunque per l'interessamento." Prego, figurati.

Ricominciare a cercare.