venerdì 21 dicembre 2012

Guida ultra-rapida per l'Armageddon

Dunque. Io al fatto che tra poche ore finirà il mondo tendenzialmente non ci credo molto. Come la maggior parte delle persone mediamente equilibrate, a quanto pare. Però mi ricordo che fino a pochi mesi fa di questa cosa se ne parlava in toni più preoccupati, tipo: "Non penso che ci sarà proprio l'apocalisse, ma magari si potrebbe incappare in qualche problema con il gps della macchina...". Oggi no, ci ridiamo tutti su, ma sospetto che molte siano risatine isteriche atte a coprire la (giusta) filosofia del 'Se dobbiamo morire schiacciati da un Detrito Cosmico, almeno facciamolo con dignità'. Ripeto, approvo in pieno questa scuola di pensiero, però - visto che non avevo niente da fare - l'altra notte ho bazzicato un po' i bassifondi della rete e ho messo insieme un breve...



Che tanto domattina ci sveglieremo soltanto afflitti dalla vecchia depressione natalizia, ma just in case... Cominciamo col chiarirci un minimo le idee sulle cause della nostra possibile estinzione. Il Pianeta Nibiru. Dovrebbe arrivare questo pianeta e, se ci dice proprio male, schiantarcisi contro. In quel caso saluti alla cagnetta, potete pure smettere di leggere queste stronzate, scendere in strada nudi e baciare la cassiera della Coop come se non ci fosse un domani. Perché in effetti non ci sarebbe un domani. Però oh, il pianeta potrebbe pure venire spintonato un po' da Marte, Giove e Mercurio (bullismo cosmico?), sgretolarsi e lanciarci contro solo qualche enorme detrito cosmico. E li scatterebbe un Piano B, il motivo cioè che mi ha spinto a scrivere questo post. Perché ovviamente il detrito cosmico fa i suoi bei danni, ma si può sopravvivere. 

Devo ammettere che gli scenari successivi all'impatto non sono molto chiari. A quanto pare le possibilità che potrebbero verificarsi stanotte sono molteplici, citerò quindi solo le più probabili (yay!), aggiungendo qualche suggerimento last minute* per fronteggiare le cose.

 
* Assolutamente più rilassanti dei suggerimenti per i regali last minute.

lunedì 17 dicembre 2012

Stay foolish (o il genio s'incazza)



“Non trovo né nell’ambiente né nell’ereditarietà l’esatto strumento che mi ha formato, l’anonimo rullo che ha impresso sulla mia vita quella certa intricata filigrana, il cui inimitabile motivo diventa visibile quando dietro il foglio protocollo della vita si accende la lampada dell’arte."
(Vladimir Nabokov. Parla, ricordo)

Sto leggendo questo libro di James Hillman, Il Codice dell’Anima. Titolo un po’ New Age, come mi ha fatto giustamente notare una mia amica, ma di fronte a profezie maya, apocalissi, tempeste solari, IMU e Psiconani che ci tormentano di questi tempi… Me pare il minimo. Hillman si rifà alla Teoria della Ghianda, secondo la quale ogni essere umano nasce con un certo je ne sais quoi che non può essere fatto risalire né alla genetica né all’ambiente. Quel qualcosa è appunto il seme del suo Essere, la ghianda che – se lasciata germinare – si trasformerà in una splendida (oppure, occasionalmente, orribile) quercia. In realtà l’idea della presenza di una filigrana a fare da leitmotiv alle nostre vite era già venuta nientepopò di meno che a Platone. Come ci spiega nella sua Repubblica:

Quando tutte le anime si erano scelte la vita, secondo che era loro toccato, si presentavano a Lachesi. A ciascuno ella dava come compagno il genio(daimon)che quella si era assunto,perché le facesse da guardiano durante la vita e adempisse al destino da lei scelto. E il daimon guidava l’anima anzitutto da Cloto: sotto la sua mano e il volgere del suo fuso, il destino veniva prescelto e ratificato.

Solo che poi l’anima deve passare attraverso le acque di Lete, il fiume dell’oblio, e così al momento di arrivare nel mondo non si ricorda più nulla. Il suo amico daimon, già un pelo più perspicace, pensa bene di utilizzare il ponte Furby per il guado (corsivo e nome miei) e così la sua memoria è salva. Da quel momento il daimon – invisibile ma sempre presente - si deve sbattere incessantemente per ricordare al suo assistito il motivo per cui è stato mandato quaggiù a consumare ossigeno e produrre anidride carbonica. La voce del nostro amico è riconoscibile in quegli atteggiamenti ossessivi, quelle passioni che sembrano nascere dal niente, quelle ribellioni testarde tipiche dell’infanzia e che poi, a poco a poco, spesso vengono limate e rese più accettabili e presentabili da genitori, insegnanti, catechisti e vari adulti responsabili. Il daimon però non si arrende; è ancora incazzato come una biscia perché quel giorno ci siamo impuntati a voler provare i braccioli che ci aveva regalato Cloto (bastardo!) e continua a tormentarci, in vari modi, per il resto della nostra vita. Secondo Hillman, Platone, Nabokov e compagnia bella, la chiamata del daimon rappresenta il nostro destino, la nostra ghianda, ma ognuno di noi dispone del libero arbitrio di seguire questa chiamata oppure ignorarla. Io ci ho pensato un bel po’, e devo dire che l’idea di avere un genio incazzato che mi svolazza sempre intorno e sbatte la testa contro il muro mentre io impilo fallimenti su fallimenti un pochetto mi turba. E però. Chi di noi non è nato con una qualche particolarità che era soltanto sua, con un temperamento diverso da quello di entrambi i genitori, con un talento unico? Pensateci. Parlo di cose da bambini, di cose piccole: ore passate a parlare con una bambola, a immaginare mostri, la vocazione a trasformare il divano della mamma in una tela astratta, o a trasformare se stesse/i in donne di malaffare con i trucchi e i vestiti… di solito sempre della mamma (fossero del papà, l’iter sarebbe meno scontato). Gli adulti prima guardano con divertita esasperazione a queste bizzarrie, poi però cominciano a condannarle: cresci, matura, sii attivo ed estroverso, integrati, non farci fare brutte figure! Così, per non dare dispiacere ai nostri genitori e non farci sospendere la paghetta, finiamo per dimenticare la passione che animava quei giochi. Finiamo per dimenticare la ghianda. Il cui richiamo però non si spegne del tutto, ma continua a tormentarci di tanto in tanto: quando ci viene la voglia improvvisa di scrivere una storia, di disegnare un pensiero, di andare alla pizza con i compagni di ramino conciate come battone. Si tratta di una specie di malinconia per qualcosa di non vissuto, una cosa che ti prende in fondo alla pancia e che di solito bisogna zittire con cibo spazzatura, ore di palestra o shopping selvaggio. Per curiosità: succede solo a me?



lunedì 3 dicembre 2012

E un giorno...

E poi un giorno a 35 anni ti viene il dubbio di aver sbagliato tutto. Che ti trovi a viaggiare da sola non perché sei eroica o anticonformista, ma perché - semplicemente - hai cannato strada. 

Da bambina amavo follemente i libri. Uno dei ricordi più vividi della mia infanzia è l'esaltazione provata nel momento in cui mi resi conto di non dipendere più dal buon cuore altrui ("Mi leggi una storia? Mi leggi una storia? Mi leggi una c@zzo di storia?"), ma di essere diventata una creatura leggente. Mi sembrava di aver ricevuto in dono un mappamondo pieno di terre da esplorare. E ragazzi, probabilmente non sono stata un bambina particolarmente bella né simpatica, ma in me scorreva il sangue del Topo di Biblioteca. Alcune volte crescere in una famiglia di Brillanti Estroversi non è stato facile, ma onestamente non mi è mai fregato troppo; giovane ed entusiasta andavo avanti per la mia strada. All'università scelsi Lingue (per comunicare col Mondo!) dando un ennesimo dolore al BEBF (Brillante e Estroverso Babbo Fisico) e poi, non paga, fu il turno pure di un dottorato. Ormai non ero proprio più una pischella e l'entusiasmo nel frattempo si era un po' acciaccato ma cazzarola, avevo lavorato sodo, ci avevo creduto, non avevo preso facili scorciatoie ... Mi aspettavo fosse finalmente giunto il momento del raccolto (Che in tempo di crisi equivale a: "Vi prego, cerco un lavoro dignitoso e mille euro al mese per andarmene da casa.") E invece poi è arrivata la Signora Fornero. 
"Sei choosy, te credo che non ti chiamano neanche per un colloqio."
"Ma ho fatto domande anche per stage con rimborso spese, sono disposta pure a lavorare all'estero..."
"Sei sempre troppo choosy, bella mia."
"Ah."
Poi sono seguite settimane in cui il livello di grottesco della mia vita è impietosamente aumentato (quando pensi di aver toccato il fondo scopri che c'è ancora tanto da raschiare); una serie impressionante di porte chiuse che non vengono aperte manco per il gusto di essere sbattute in faccia, gomito a gomito con i successi e le gratificazioni raccolte dal BEBF. Mi sono trovata a invidiare il mio genitore ultrasessantenne, che può ancora fare il lavoro che ama e per il quale ha studiato. Perché lui ha potuto essere choosy e io no? E se doveva finire così, perché a quattordici anni non mi ha fatto fare un corso da parrucchiera? Ma soprattutto, perché la mia generazione deve pagare gli errori della sua generazione? 
Sbattevo i piedi e guardavo i miei libri, che mi rispondevano alzando le spalle. "Cazzo ne sappiamo noi, siamo solo carta e colla."
Alla fine mi è venuta un'idea folle: mi reinventerò. 
A trentacinque anni, pappappero.
Ho passato un paio di notti a fare ricerche e mettere insieme informazioni, partendo proprio da quel mondo del lavoro per il quale oggi sono invisibile. Ho stilato una lista delle professioni più ricercate, scremato quelle per le quali non avevo la minima speranza (astrofisico, escort, ingegnere elettronico) e mi sono concentrata su quelle teoricamente raggiungibili (programmatore web, grafico). Poi ho cercato un corso serio e messo insieme un po' di soldi da investire. E così tra un mese circa comincerò questa nuova avventura oltre il mio Stretto di Gibilterra. Un'avventura che non ha niente a che fare con la strada che ho percorso negli ultimi vent'anni, e che forse a molti sembrerà un po' patetica e triste. Ho fallito il mio sogno? Fallirò ancora? Anche questa è una scelta choosy? Purtroppo non c'è nessuno in grado di darmi una risposta e allora tutto quello che posso fare è guardarmi indietro un'ultima volta, per cercare di recuperare anche solo un po' di quell'entusiasmo con cui - a cinque anni - ho imparato a leggere da sola.