lunedì 17 dicembre 2012

Stay foolish (o il genio s'incazza)



“Non trovo né nell’ambiente né nell’ereditarietà l’esatto strumento che mi ha formato, l’anonimo rullo che ha impresso sulla mia vita quella certa intricata filigrana, il cui inimitabile motivo diventa visibile quando dietro il foglio protocollo della vita si accende la lampada dell’arte."
(Vladimir Nabokov. Parla, ricordo)

Sto leggendo questo libro di James Hillman, Il Codice dell’Anima. Titolo un po’ New Age, come mi ha fatto giustamente notare una mia amica, ma di fronte a profezie maya, apocalissi, tempeste solari, IMU e Psiconani che ci tormentano di questi tempi… Me pare il minimo. Hillman si rifà alla Teoria della Ghianda, secondo la quale ogni essere umano nasce con un certo je ne sais quoi che non può essere fatto risalire né alla genetica né all’ambiente. Quel qualcosa è appunto il seme del suo Essere, la ghianda che – se lasciata germinare – si trasformerà in una splendida (oppure, occasionalmente, orribile) quercia. In realtà l’idea della presenza di una filigrana a fare da leitmotiv alle nostre vite era già venuta nientepopò di meno che a Platone. Come ci spiega nella sua Repubblica:

Quando tutte le anime si erano scelte la vita, secondo che era loro toccato, si presentavano a Lachesi. A ciascuno ella dava come compagno il genio(daimon)che quella si era assunto,perché le facesse da guardiano durante la vita e adempisse al destino da lei scelto. E il daimon guidava l’anima anzitutto da Cloto: sotto la sua mano e il volgere del suo fuso, il destino veniva prescelto e ratificato.

Solo che poi l’anima deve passare attraverso le acque di Lete, il fiume dell’oblio, e così al momento di arrivare nel mondo non si ricorda più nulla. Il suo amico daimon, già un pelo più perspicace, pensa bene di utilizzare il ponte Furby per il guado (corsivo e nome miei) e così la sua memoria è salva. Da quel momento il daimon – invisibile ma sempre presente - si deve sbattere incessantemente per ricordare al suo assistito il motivo per cui è stato mandato quaggiù a consumare ossigeno e produrre anidride carbonica. La voce del nostro amico è riconoscibile in quegli atteggiamenti ossessivi, quelle passioni che sembrano nascere dal niente, quelle ribellioni testarde tipiche dell’infanzia e che poi, a poco a poco, spesso vengono limate e rese più accettabili e presentabili da genitori, insegnanti, catechisti e vari adulti responsabili. Il daimon però non si arrende; è ancora incazzato come una biscia perché quel giorno ci siamo impuntati a voler provare i braccioli che ci aveva regalato Cloto (bastardo!) e continua a tormentarci, in vari modi, per il resto della nostra vita. Secondo Hillman, Platone, Nabokov e compagnia bella, la chiamata del daimon rappresenta il nostro destino, la nostra ghianda, ma ognuno di noi dispone del libero arbitrio di seguire questa chiamata oppure ignorarla. Io ci ho pensato un bel po’, e devo dire che l’idea di avere un genio incazzato che mi svolazza sempre intorno e sbatte la testa contro il muro mentre io impilo fallimenti su fallimenti un pochetto mi turba. E però. Chi di noi non è nato con una qualche particolarità che era soltanto sua, con un temperamento diverso da quello di entrambi i genitori, con un talento unico? Pensateci. Parlo di cose da bambini, di cose piccole: ore passate a parlare con una bambola, a immaginare mostri, la vocazione a trasformare il divano della mamma in una tela astratta, o a trasformare se stesse/i in donne di malaffare con i trucchi e i vestiti… di solito sempre della mamma (fossero del papà, l’iter sarebbe meno scontato). Gli adulti prima guardano con divertita esasperazione a queste bizzarrie, poi però cominciano a condannarle: cresci, matura, sii attivo ed estroverso, integrati, non farci fare brutte figure! Così, per non dare dispiacere ai nostri genitori e non farci sospendere la paghetta, finiamo per dimenticare la passione che animava quei giochi. Finiamo per dimenticare la ghianda. Il cui richiamo però non si spegne del tutto, ma continua a tormentarci di tanto in tanto: quando ci viene la voglia improvvisa di scrivere una storia, di disegnare un pensiero, di andare alla pizza con i compagni di ramino conciate come battone. Si tratta di una specie di malinconia per qualcosa di non vissuto, una cosa che ti prende in fondo alla pancia e che di solito bisogna zittire con cibo spazzatura, ore di palestra o shopping selvaggio. Per curiosità: succede solo a me?



3 commenti:

  1. No, non succede solo a te... (-_-)

    ..per me è come una memoria atavica, la sento costantemente, impossibile zittirla... a volte, come stanotte, è così prepotente che mi pare di essere sull'orlo dell'abisso...

    ..e non so fare un passo avanti, né uno indietro..

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  2. Brutto affare le notti così. Comunque grazie per la tua testimonianza... Condividere fa sentire meno soli. :)

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    1. Grazie a te :) ..penso che riprenderò in mano questo libro, visto che il "caso" mi ha portato qui... l'avevo lasciato per strada anni fa.. forse ora è il suo momento!

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