lunedì 25 febbraio 2013

Mannaggia, è andata così.


E’ un po’ di tempo, più o meno otto anni, che mi chiedo dov’è che continuo a sbagliare. Cosa potrei e dovrei fare che non sto facendo. In fondo ho sempre saputo di essere una persona abbastanza mediocre; ho un’intelligenza media, una forza di volontà che credo sia appena sotto la media e nessun talento particolare. Quindi per un bel po’ ho pensato che i miei fallimenti e la mia incapacità di trovare un posto nel mondo fossero se non colpa (mai parlare di colpe, è distruttivo!), almeno responsabilità della sottoscritta. Una specie di difetto di fabbrica. Del tipo: “Mannaggia, è andata così.” Poi però ho cominciato a notare come lo stesso sgradevole problema affliggesse anche svariati altri miei coetanei-compatrioti, che, onestamente, sono persone migliori della sottoscritta. Vorrei parlare un attimo di alcune di queste persone, posso? Non ho chiesto il loro permesso e quindi non farò nomi… Anzi no, inventerò improbabili nomi fittizi che è più divertente. 

C’è Brunilde, che a 24 anni si è laureata in Storia dell’Arte cum laude in una grande università. Lingue parlate: latino, greco, inglese, spagnolo, francese e arabo. Ha aspettato per anni che lo stato le desse la possibilità di prendere l’abilitazione per fare la guida turistica a Roma (ma d’altronde a cosa serve una guida turistica che conosce il latino e il greco a Roma?). Nel frattempo ha lavorato un po’ in nero ma, visto che così non le piaceva, ha cominciato a insegnare italiano per stranieri. Gli studenti l’adoravano, ma nel frattempo aveva deciso di mettere su famiglia e quel lavoro non le bastava ad arrivare nemmeno a metà mese. Così ha deciso di rimettersi in gioco, ha chiesto alla sua famiglia (ma soprattutto a se stessa) un altro sacrificio, e si è iscritta di nuovo all’università: scienze infermieristiche, “Che se c’è un settore che non conosce crisi è quello degli assistenti sanitari”. Tre anni e tante ore di tirocinio non retribuito più tardi arrivano la seconda laurea (110 cum laude) e la prima figlia. Qualche mese di maternità – se ha senso parlare di maternità quando non si lavora – l’assunzione in due o tre strutture tramite una di quelle cooperative che pagano praticamente a cottimo. Il lavoro è tanto, i turni spesso al limite della sicurezza. Ma va bene così, pensa Brunilde, almeno sto costruendo qualcosa. Poi, dopo meno di due anni, il turn-over. Perché ormai non si chiama più licenziamento, che è un termine talmente triste e desueto. Turn-over, come nelle grandi squadre di calcio; solo che qui sei senza contratto e non ti pagano. Forse un giorno la cooperativa ti richiamerà, forse no. Brunilde aspetta ancora e l’ultima proposta che le hanno fatto è a ottanta chilometri da casa, a sei euro lordi con partita iva. 

Ci sta Matilde, architetto innamorata dell’architettura da quando era ragazzina. Una di quelle rare persone che lavora per passione e non per soldi; un comportamento talmente raro da scatenare sospetti. “Bella trovata, ma ora seriamente… dov’è il trucco?” Nel suo caso non c’è nessun trucco; la conosco da più di quindici anni e garantisco che non c’è trucco. Porella, lo so. La passione alimenta il talento e Matilde è brava e piena di idee. Queste qualità in qualche modo le hanno miracolosamente permesso di esercitare e piano piano – anche qui dopo anni di lavoro gratis e spesso non riconosciuto – i clienti hanno cominciato a conoscerla e ad apprezzarla. Sono arrivate diverse soddisfazioni (ovviamente più morali che materiali) e Matilde ha deciso di fare il salto nel vuoto che tutti noi trentenni sogniamo e temiamo follemente: si è comprata un bilocale. Poi la crisi si è aggravata, il lavoro continuava ad arrivare ma i clienti hanno cominciato a non pagare. Matilde continua a lavorare otto-dieci ore al giorno, ma sta pensando di tornare a casa dei suoi per un po’ e affittare il suo adorato bilocale. Per non pesare troppo sulle spalle dei genitori e rimediare qualche euro extra. 

Potrei andare avanti per ore, ma anche il mio masochismo ha un limite e allora portate pazienza solo un altro po’, chiudo con un rapido elenco. C’è l’illustratrice che espone tavole meravigliose e oniriche in tutta Europa, l’amico d’infanzia che te lo ricordi che aveva la fissa del cinema fin da bambino e che oggi scrive – maledettamente bene – di film per un importante portale specializzato, il mago del computer che da ragazzetti t’ha riparato il PC anche quando credevi che non restasse che dargli l’estrema unzione, e poi c’è anche chi come te vorrebbe fare la giornalista ma è molto più specializzata di te… E ancora tanti, tanti altri. Tutte persone delle quali l’Italia sembra non sapersene cosa fare. Persone che hanno studiato nelle scuole pubbliche, sono state curate dalla sanità pubblica, che hanno accumulato conoscenze, sogni e abilità e che ora vorrebbero solo mettere a frutto tutto questo per creare qualcosa. Tutte persone alla quali – come a me – questo paese ha detto: “Grazie, ma non ci interessi. Se vuoi puoi restare, ma non avrai mai un futuro e manco una grande dignità. Sennò puoi andartene.” Mannaggia, è andata così anche per loro. 

Mannaggia, è andata così per un’intera generazione.

mercoledì 20 febbraio 2013

Cinica io?

 A Roma certi giorni sembra già quasi primavera. Amici che si sono trasferiti all’estero mi dicono che la nostalgia per questo cielo terso e quest’aria trasparente è davvero dura da vincere e non ho nessun motivo per non credergli. Ma se è vero, come mi sto convincendo sempre di più, che ogni cosa ha un prezzo, allora la posta da pagare per svegliarsi circondati da tutto questo azzurro è davvero alta di questi tempi. Ho anche l’impressione che gli italiani – o almeno molti italiani - si siano finalmente stancati di indossare la maschera degli eterni pulcinella e comincino a mostrare le loro vere facce: facce spesso stanche, scoraggiate, ciniche per necessità. Qualcuno ha deciso che continuare a pensare con la propria testa e credere nel futuro è troppo faticoso (per quel che vale la mia opinione non richiesta, non mi sento di biasimarli troppo) e ha deciso di seguire un nuovo imbonitore, che per farsi sentire grida più forte degli altri. E’ arrabbiato come noi si dicono, deve essere meglio di quelli che lo hanno preceduto. Qualcun altro continua a seguire il vecchio pifferaio, sperando di trovarsi, un giorno fortunato, a raccogliere qualche briciola di ricchezza, sesso e potere che dovesse eventualmente cadergli dalle tasche (questi qui, in barba al politicamente corretto, un pochetto invece li biasimo. Il caimano se vende pure le briciole, e se non lo avete capito dopo vent’anni…). E poi c’è la maggioranza silenziosa. Questo termine è sempre stato associato a una sorta di qualunquismo passivo e conservatore, ma oggi, di fronte agli strepiti e agli isterismi di questa campagna elettorale, mi sembra una scelta di composta e onesta dignità. La maggioranza silenziosa aspetta che gli strepiti finiscano e sotto sotto continua a sperare. Non sono i famosi Indecisi; la maggior parte di loro ha sempre votato e tra un’elezione e l’altra ha cercato di fare del suo meglio, senza eroismi ma senza abbassare la testa.

Anche io faccio parte di questi silenziosi, e tra quattro giorni mi troverò a votare – lo ammetto – per il candidato che mi sembra “il meno peggio”. Vorrei che non fosse così, ma tant’è. Spero che la sinistra vincerà queste elezioni, ma spero anche che se così fosse, dopo i festeggiamenti e le pacche sulle spalle di rito, da martedì prossimo smetteremo di sentire critiche e denunce e cominceremo a sentire più proposte. Perché credo che sia di questo di cui noi silenziosi abbiamo bisogno: proposte, programmi, e qualcuno che ci dica che non sarà facile, che probabilmente ci sarà da spaccarsi la schiena, ma che insieme si può ricominciare a costruire qualcosa. Capisco che negli ultimi due decenni il signor caimano abbia trascinato non solo la vita politica, ma anche quella civile a un passo dal baratro e che in certi momenti pestare i piedi era la sola alternativa per non scomparire, ma ora si presenta l’occasione per voltare pagina, cominciare un nuovo capitolo, abbassare i toni. Il cinismo è una medicina alla quale ormai ci siamo abituati e quindi è facile per noi dare un giudizio smaliziato alle vicende di certi paesi che, come gli Stati Uniti o la Scandinavia, vivono la politica in modo diverso. Semplicistici, naif, retorici. Ma è naif considerare chi la pensa diversamente da noi non come un avversario e non come un nemico? Cercare i punti in comune invece di esacerbare le differenze fino allo sfinimento? E soprattutto, è naif credere che lo sforzo comune porti a un benessere comune? Io spero di no.

Ma forse solo perché ho paura che qui, se non cambia qualcosa in fretta, ci rimarrà giusto questo cielo azzurro.






E comunque che fine ha fatto la fidanzata di Berlusconi? Io sono un po' preoccupata.



giovedì 14 febbraio 2013

Prove di risparmio energetico

 
Ognuno di noi deve capire quale potrebbe essere il suo contributo originale, il valore aggiunto che lo distingue e gli permette di trovare spazio sul mercato del lavoro. Il modo di renderci, se non indispensabili, almeno utili. Se lo scopriremo, con ogni probabilità avremo un lavoro, una retribuzione e un futuro soddisfacente.

Queste parole di Beppe Severgnini, prese dal suo “Italiani di domani: 8 porte sul futuro” (bel libro), hanno fatto risuonare una specie di campanella interna. Déjà vu, reazione pavloviana, istinto di sopravvivenza… chiamatelo come ve pare. Sono le idee con cui sono cresciuta, quella salda e testarda convinzione secondo la quale se lavori duro e bene, prima o poi verrai ricompensato. Quello che Barack Obama chiama the audacity of hope. Idee che (per fortuna) ancora rappresentano una sorta di fede per la parte più onesta e liberal delle generazioni precedenti alla mia, idee che noialtri figli dei dorati anni 80 però cominciamo a guardare come utopie. Beh, proprio utopie ancora forse no, ma di sicuro ormai sono anni che abbiamo capito che le solide e oneste basi su cui si sono poggiati e sono diventati grandi i nostri genitori per noi sono diventate un pavimento scivolossissimo. Beppe – classe 1956 – sei davvero sicuro di quello che hai scritto? Se chiudi gli occhi e allontani per un attimo la tua vita fatta di riconoscimenti, soddisfazioni, presentazioni di libri e viaggi, dentro di te sei davvero convinto che oggi, 14 febbraio 2013, l’impegno, la creatività e l’onestà ripaghino con una promessa per il futuro? Perché sai, io comincio ad avere qualche dubbio. Sono dubbi che ho fatto di tutto per ignorare, ma loro restano li bastardi e infidi e quindi mi farebbe davvero comodo che qualcuno mi dimostrasse che mi sbaglio. Tu, mio padre, persino Barack Obama. Sono cresciuta negli anni 80, sono piuttosto facile da convincere. Ho sempre pensato che le persone che svolgono il loro lavoro con passione, che hanno il coraggio di pensare in modo originale e di rimboccarsi le maniche per realizzare un’idea diffondano una luce speciale, rendendo il loro angolo di mondo un posto migliore. Un po’ retorico? Forse, ma da ragazzina era questo il genere di persona che volevo diventare. Solo che negli ultimi anni ho visto tante di queste luci spegnersi, semplicemente perché nessuno pagava più le bollette. Certo, non si tratta necessariamente di un processo irreversibile; si può stare per un po’ di tempo al buio e continuare a lavorare, ma prima o poi si finirà col gettare la spugna. Il termine cervelli in fuga non mi è mai piaciuto, mi è sempre sembrato un po’ elitario e freddo. Come se un certo numero di snob o di Michelangelo in erba avessero deciso, di punto in bianco, che l’Italia era un posto troppo provinciale per le loro aspirazioni intellettuali. Io di questi espatriati ne ho conosciuti più di uno e sentendo le loro storie li ho sempre visti piuttosto come ‘cuori in fuga’. Persone stanche di lavorare al buio. Perché dopo un po’, al buio, seguire il filo dei propri sogni diventa proprio difficile. 



martedì 5 febbraio 2013

Per favore no


Piuttosto che restituire l'IMU, Berlusconi dovrebbe ridarmi indietro i sogni dei miei vent'anni. (@FranAltomare, da Twitter)


Questa riflessione mi ha colpito allo stomaco poche ore dopo l'ormai famoso annuncio del nostro giullare di corte. Poi, il giorno dopo, ho scoperto che il termine condono tombale esisteva sul serio e non era una battuta inventata da qualche giornalista e la prostrazione è stata completa. Tipo: ciao, svegliatemi dopo il 25 febbraio e ditemi se devo preparare le valigie. Anzi meglio, per non rischiare lascio le valigie pronte sotto il letto e mi porto avanti col check-in online. 

Quando colui che non va nominato è stato eletto la prima volta, io ancora non potevo votare; avevo sedici anni e cominciavo appena a rendermi conto che non avrei potuto vivere in un eterno presente. Poi sono arrivati i secondi anni novanta, i miei vent'anni, la fine del liceo, l'inizio dell'università, le camicie di flanella, Prodi, D'Alema e Amato. Ok, non il massimo forse, ma mentre cercavo di restare a galla tra esami e alti e bassi relazionali la politica mi sembrava una roba lontana anni luce dal mio quotidiano. Tutto considerato, credo che allora pensassi di vivere in un paese normale. Poi è tornato lui. Era il 2001 e ricordo di essermi detta: "Ma non dovevamo vederci più?". E invece. La gente credeva che ci avrebbe regalato il benessere che si era costruito per se, mentre invece ha solo continuato a portar via, portar via, portar via. Per più di dieci anni. Ci ha portato via, tra le altre cose e in ordine sparso: cultura, lavoro, dignità, futuro, intraprendenza, gentilezza, serietà, ironia. E naturalmente sogni. Quelli di un'intera generazione, la mia (che deliziosa coincidenza!). Vedo in me e in molti miei coetaneai - diciamo per generalizzare nei nati tra il 75 e l'85 - un pessimismo e una stanchezza che vanno oltre la crisi internazionale e una voglia di scappare via dall'Italia che va oltre la speranza di un lavoro e di uno stipendio dignitosi. Si tratta, credo, della paura che il nostro meglio non sarà mai abbastanza perché qui chi dovrebbe e potrebbe spesso non è disposto a rinunciare a qualcosa per darci una chance. Ma si tratta anche della voglia di svegliarsi la mattina in un paese che abbia una memoria storica che va oltre l'ultima eliminazione di X-Factor, università che non siano dei feudi, una classe politica fatta non solo di imbonitori. Un paese dove nessuno deve scegliere tra lavoro e salute. Ci sono ancora tante cose belle in Italia, così tante che mi sembra retorico anche fare un elenco parziale. Ma sono cose che, se non corriamo ai ripari, piano piano andranno scomparendo. Proprio come la voce della mia generazione, che rischia di dimenticare i sogni dei vent'anni e trasformarsi nella Generazione Berlusconi, esaltando tutti i peggiori stereotipi sugli italiani fanfaroni, inaffidabili, corrotti, maschilisti e chi più ne ha più ne metta. Per favore, no.