E’ un po’ di tempo, più o meno otto anni, che mi chiedo dov’è che continuo a sbagliare. Cosa potrei e dovrei fare che non sto facendo. In fondo ho sempre saputo di essere una persona abbastanza mediocre; ho un’intelligenza media, una forza di volontà che credo sia appena sotto la media e nessun talento particolare. Quindi per un bel po’ ho pensato che i miei fallimenti e la mia incapacità di trovare un posto nel mondo fossero se non colpa (mai parlare di colpe, è distruttivo!), almeno responsabilità della sottoscritta. Una specie di difetto di fabbrica. Del tipo: “Mannaggia, è andata così.” Poi però ho cominciato a notare come lo stesso sgradevole problema affliggesse anche svariati altri miei coetanei-compatrioti, che, onestamente, sono persone migliori della sottoscritta. Vorrei parlare un attimo di alcune di queste persone, posso? Non ho chiesto il loro permesso e quindi non farò nomi… Anzi no, inventerò improbabili nomi fittizi che è più divertente.
C’è Brunilde, che a 24 anni si è laureata in Storia dell’Arte cum laude in una grande università. Lingue parlate: latino, greco, inglese, spagnolo, francese e arabo. Ha aspettato per anni che lo stato le desse la possibilità di prendere l’abilitazione per fare la guida turistica a Roma (ma d’altronde a cosa serve una guida turistica che conosce il latino e il greco a Roma?). Nel frattempo ha lavorato un po’ in nero ma, visto che così non le piaceva, ha cominciato a insegnare italiano per stranieri. Gli studenti l’adoravano, ma nel frattempo aveva deciso di mettere su famiglia e quel lavoro non le bastava ad arrivare nemmeno a metà mese. Così ha deciso di rimettersi in gioco, ha chiesto alla sua famiglia (ma soprattutto a se stessa) un altro sacrificio, e si è iscritta di nuovo all’università: scienze infermieristiche, “Che se c’è un settore che non conosce crisi è quello degli assistenti sanitari”. Tre anni e tante ore di tirocinio non retribuito più tardi arrivano la seconda laurea (110 cum laude) e la prima figlia. Qualche mese di maternità – se ha senso parlare di maternità quando non si lavora – l’assunzione in due o tre strutture tramite una di quelle cooperative che pagano praticamente a cottimo. Il lavoro è tanto, i turni spesso al limite della sicurezza. Ma va bene così, pensa Brunilde, almeno sto costruendo qualcosa. Poi, dopo meno di due anni, il turn-over. Perché ormai non si chiama più licenziamento, che è un termine talmente triste e desueto. Turn-over, come nelle grandi squadre di calcio; solo che qui sei senza contratto e non ti pagano. Forse un giorno la cooperativa ti richiamerà, forse no. Brunilde aspetta ancora e l’ultima proposta che le hanno fatto è a ottanta chilometri da casa, a sei euro lordi con partita iva.
Ci sta Matilde, architetto innamorata dell’architettura da quando era ragazzina. Una di quelle rare persone che lavora per passione e non per soldi; un comportamento talmente raro da scatenare sospetti. “Bella trovata, ma ora seriamente… dov’è il trucco?” Nel suo caso non c’è nessun trucco; la conosco da più di quindici anni e garantisco che non c’è trucco. Porella, lo so. La passione alimenta il talento e Matilde è brava e piena di idee. Queste qualità in qualche modo le hanno miracolosamente permesso di esercitare e piano piano – anche qui dopo anni di lavoro gratis e spesso non riconosciuto – i clienti hanno cominciato a conoscerla e ad apprezzarla. Sono arrivate diverse soddisfazioni (ovviamente più morali che materiali) e Matilde ha deciso di fare il salto nel vuoto che tutti noi trentenni sogniamo e temiamo follemente: si è comprata un bilocale. Poi la crisi si è aggravata, il lavoro continuava ad arrivare ma i clienti hanno cominciato a non pagare. Matilde continua a lavorare otto-dieci ore al giorno, ma sta pensando di tornare a casa dei suoi per un po’ e affittare il suo adorato bilocale. Per non pesare troppo sulle spalle dei genitori e rimediare qualche euro extra.
Potrei andare avanti per ore, ma anche il mio masochismo ha un limite e allora portate pazienza solo un altro po’, chiudo con un rapido elenco. C’è l’illustratrice che espone tavole meravigliose e oniriche in tutta Europa, l’amico d’infanzia che te lo ricordi che aveva la fissa del cinema fin da bambino e che oggi scrive – maledettamente bene – di film per un importante portale specializzato, il mago del computer che da ragazzetti t’ha riparato il PC anche quando credevi che non restasse che dargli l’estrema unzione, e poi c’è anche chi come te vorrebbe fare la giornalista ma è molto più specializzata di te… E ancora tanti, tanti altri. Tutte persone delle quali l’Italia sembra non sapersene cosa fare. Persone che hanno studiato nelle scuole pubbliche, sono state curate dalla sanità pubblica, che hanno accumulato conoscenze, sogni e abilità e che ora vorrebbero solo mettere a frutto tutto questo per creare qualcosa. Tutte persone alla quali – come a me – questo paese ha detto: “Grazie, ma non ci interessi. Se vuoi puoi restare, ma non avrai mai un futuro e manco una grande dignità. Sennò puoi andartene.” Mannaggia, è andata così anche per loro.
Mannaggia, è andata così per un’intera generazione.
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