martedì 5 febbraio 2013

Per favore no


Piuttosto che restituire l'IMU, Berlusconi dovrebbe ridarmi indietro i sogni dei miei vent'anni. (@FranAltomare, da Twitter)


Questa riflessione mi ha colpito allo stomaco poche ore dopo l'ormai famoso annuncio del nostro giullare di corte. Poi, il giorno dopo, ho scoperto che il termine condono tombale esisteva sul serio e non era una battuta inventata da qualche giornalista e la prostrazione è stata completa. Tipo: ciao, svegliatemi dopo il 25 febbraio e ditemi se devo preparare le valigie. Anzi meglio, per non rischiare lascio le valigie pronte sotto il letto e mi porto avanti col check-in online. 

Quando colui che non va nominato è stato eletto la prima volta, io ancora non potevo votare; avevo sedici anni e cominciavo appena a rendermi conto che non avrei potuto vivere in un eterno presente. Poi sono arrivati i secondi anni novanta, i miei vent'anni, la fine del liceo, l'inizio dell'università, le camicie di flanella, Prodi, D'Alema e Amato. Ok, non il massimo forse, ma mentre cercavo di restare a galla tra esami e alti e bassi relazionali la politica mi sembrava una roba lontana anni luce dal mio quotidiano. Tutto considerato, credo che allora pensassi di vivere in un paese normale. Poi è tornato lui. Era il 2001 e ricordo di essermi detta: "Ma non dovevamo vederci più?". E invece. La gente credeva che ci avrebbe regalato il benessere che si era costruito per se, mentre invece ha solo continuato a portar via, portar via, portar via. Per più di dieci anni. Ci ha portato via, tra le altre cose e in ordine sparso: cultura, lavoro, dignità, futuro, intraprendenza, gentilezza, serietà, ironia. E naturalmente sogni. Quelli di un'intera generazione, la mia (che deliziosa coincidenza!). Vedo in me e in molti miei coetaneai - diciamo per generalizzare nei nati tra il 75 e l'85 - un pessimismo e una stanchezza che vanno oltre la crisi internazionale e una voglia di scappare via dall'Italia che va oltre la speranza di un lavoro e di uno stipendio dignitosi. Si tratta, credo, della paura che il nostro meglio non sarà mai abbastanza perché qui chi dovrebbe e potrebbe spesso non è disposto a rinunciare a qualcosa per darci una chance. Ma si tratta anche della voglia di svegliarsi la mattina in un paese che abbia una memoria storica che va oltre l'ultima eliminazione di X-Factor, università che non siano dei feudi, una classe politica fatta non solo di imbonitori. Un paese dove nessuno deve scegliere tra lavoro e salute. Ci sono ancora tante cose belle in Italia, così tante che mi sembra retorico anche fare un elenco parziale. Ma sono cose che, se non corriamo ai ripari, piano piano andranno scomparendo. Proprio come la voce della mia generazione, che rischia di dimenticare i sogni dei vent'anni e trasformarsi nella Generazione Berlusconi, esaltando tutti i peggiori stereotipi sugli italiani fanfaroni, inaffidabili, corrotti, maschilisti e chi più ne ha più ne metta. Per favore, no.

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