Ognuno di noi deve capire quale potrebbe essere il suo contributo originale, il valore aggiunto che lo distingue e gli permette di trovare spazio sul mercato del lavoro. Il modo di renderci, se non indispensabili, almeno utili. Se lo scopriremo, con ogni probabilità avremo un lavoro, una retribuzione e un futuro soddisfacente.
Queste parole di Beppe Severgnini, prese dal suo “Italiani di domani: 8 porte sul futuro” (bel libro), hanno fatto risuonare una specie di campanella interna. Déjà vu, reazione pavloviana, istinto di sopravvivenza… chiamatelo come ve pare. Sono le idee con cui sono cresciuta, quella salda e testarda convinzione secondo la quale se lavori duro e bene, prima o poi verrai ricompensato. Quello che Barack Obama chiama the audacity of hope. Idee che (per fortuna) ancora rappresentano una sorta di fede per la parte più onesta e liberal delle generazioni precedenti alla mia, idee che noialtri figli dei dorati anni 80 però cominciamo a guardare come utopie. Beh, proprio utopie ancora forse no, ma di sicuro ormai sono anni che abbiamo capito che le solide e oneste basi su cui si sono poggiati e sono diventati grandi i nostri genitori per noi sono diventate un pavimento scivolossissimo. Beppe – classe 1956 – sei davvero sicuro di quello che hai scritto? Se chiudi gli occhi e allontani per un attimo la tua vita fatta di riconoscimenti, soddisfazioni, presentazioni di libri e viaggi, dentro di te sei davvero convinto che oggi, 14 febbraio 2013, l’impegno, la creatività e l’onestà ripaghino con una promessa per il futuro? Perché sai, io comincio ad avere qualche dubbio. Sono dubbi che ho fatto di tutto per ignorare, ma loro restano li bastardi e infidi e quindi mi farebbe davvero comodo che qualcuno mi dimostrasse che mi sbaglio. Tu, mio padre, persino Barack Obama. Sono cresciuta negli anni 80, sono piuttosto facile da convincere. Ho sempre pensato che le persone che svolgono il loro lavoro con passione, che hanno il coraggio di pensare in modo originale e di rimboccarsi le maniche per realizzare un’idea diffondano una luce speciale, rendendo il loro angolo di mondo un posto migliore. Un po’ retorico? Forse, ma da ragazzina era questo il genere di persona che volevo diventare. Solo che negli ultimi anni ho visto tante di queste luci spegnersi, semplicemente perché nessuno pagava più le bollette. Certo, non si tratta necessariamente di un processo irreversibile; si può stare per un po’ di tempo al buio e continuare a lavorare, ma prima o poi si finirà col gettare la spugna. Il termine cervelli in fuga non mi è mai piaciuto, mi è sempre sembrato un po’ elitario e freddo. Come se un certo numero di snob o di Michelangelo in erba avessero deciso, di punto in bianco, che l’Italia era un posto troppo provinciale per le loro aspirazioni intellettuali. Io di questi espatriati ne ho conosciuti più di uno e sentendo le loro storie li ho sempre visti piuttosto come ‘cuori in fuga’. Persone stanche di lavorare al buio. Perché dopo un po’, al buio, seguire il filo dei propri sogni diventa proprio difficile.
Queste parole di Beppe Severgnini, prese dal suo “Italiani di domani: 8 porte sul futuro” (bel libro), hanno fatto risuonare una specie di campanella interna. Déjà vu, reazione pavloviana, istinto di sopravvivenza… chiamatelo come ve pare. Sono le idee con cui sono cresciuta, quella salda e testarda convinzione secondo la quale se lavori duro e bene, prima o poi verrai ricompensato. Quello che Barack Obama chiama the audacity of hope. Idee che (per fortuna) ancora rappresentano una sorta di fede per la parte più onesta e liberal delle generazioni precedenti alla mia, idee che noialtri figli dei dorati anni 80 però cominciamo a guardare come utopie. Beh, proprio utopie ancora forse no, ma di sicuro ormai sono anni che abbiamo capito che le solide e oneste basi su cui si sono poggiati e sono diventati grandi i nostri genitori per noi sono diventate un pavimento scivolossissimo. Beppe – classe 1956 – sei davvero sicuro di quello che hai scritto? Se chiudi gli occhi e allontani per un attimo la tua vita fatta di riconoscimenti, soddisfazioni, presentazioni di libri e viaggi, dentro di te sei davvero convinto che oggi, 14 febbraio 2013, l’impegno, la creatività e l’onestà ripaghino con una promessa per il futuro? Perché sai, io comincio ad avere qualche dubbio. Sono dubbi che ho fatto di tutto per ignorare, ma loro restano li bastardi e infidi e quindi mi farebbe davvero comodo che qualcuno mi dimostrasse che mi sbaglio. Tu, mio padre, persino Barack Obama. Sono cresciuta negli anni 80, sono piuttosto facile da convincere. Ho sempre pensato che le persone che svolgono il loro lavoro con passione, che hanno il coraggio di pensare in modo originale e di rimboccarsi le maniche per realizzare un’idea diffondano una luce speciale, rendendo il loro angolo di mondo un posto migliore. Un po’ retorico? Forse, ma da ragazzina era questo il genere di persona che volevo diventare. Solo che negli ultimi anni ho visto tante di queste luci spegnersi, semplicemente perché nessuno pagava più le bollette. Certo, non si tratta necessariamente di un processo irreversibile; si può stare per un po’ di tempo al buio e continuare a lavorare, ma prima o poi si finirà col gettare la spugna. Il termine cervelli in fuga non mi è mai piaciuto, mi è sempre sembrato un po’ elitario e freddo. Come se un certo numero di snob o di Michelangelo in erba avessero deciso, di punto in bianco, che l’Italia era un posto troppo provinciale per le loro aspirazioni intellettuali. Io di questi espatriati ne ho conosciuti più di uno e sentendo le loro storie li ho sempre visti piuttosto come ‘cuori in fuga’. Persone stanche di lavorare al buio. Perché dopo un po’, al buio, seguire il filo dei propri sogni diventa proprio difficile.

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