giovedì 9 maggio 2013

Trasloco

Annuncio importante:


Mi piacerebbe essere un gatto si è trasferito su Wordpress! 


Vi aspetto li, per pippe mentali sempre nuove e divertenti. :)

sabato 20 aprile 2013

Di santi, poeti e navigatori

Noi italiani siamo gente creativa. Inventare, innovare, trovare soluzioni originali fa parte del nostro inconscio collettivo e questa realtà di per se  non è né buona né cattiva. E' quello che siamo, quello che sappiamo fare perché era così che facevano i nostri genitori e i genitori dei nostri genitori. Da queste carte possono venire fuori uomini come Leonardo, Michelangelo, Benigni, Eco o come tutti gli italiani che - ormai quasi sempre all'estero - innovano, fanno ricerca, portano la ricchezza che viene dalle idee. Ma dalle stesse premesse possono nascere anche i Mussolini, i Berlusconi, i D'Alema. Uomini a loro modo carismatici che, una volta eletti rappresentanti della nostra classe dirigente, trovano nelle nostre caratteristiche terreno fertile per propagare il qualunquismo, la furberia e spesso l'illegalità. Per questo credo che, almeno in questo momento, parlare di senso civico, di responsabilità, di bene comune non abbia molto senso in questo nostro paese pieno di sole. Da decenni abbiamo imparato da chi sta sopra di noi l'arte del compromesso, dell'arrangiarsi, del gettare acqua al proprio mulino. "Non mi fare la fattura... ci mettiamo d'accordo e paghiamo meno tutti e due. Poi tanto con quello che rubano gli altri..." Perché gli Altri sono sempre peggio di noi: un po' più disonesti, un po' più scaltri. E il dramma è che spesso abbiamo ragione. "Perché devo essere io l'unico stupido? Perché devo sbattermi con la differenziata quando poi si sa che i rifiuti finiscono tutti insieme? Perché devo farti lo scontrino per due euro quando uno come Fiorito che ha rubato milioni è libero? Perché devo fare il biglietto della metropolitana se il servizio fa schifo?" Ok, possiamo scegliere questa posizione. Però poi quando, come oggi, la nostra classe politica raggiunge livelli olimpionici di schifo non possiamo fare le anime belle e dire che meritiamo di meglio. Ovviamente ci sono parecchie e dolorose eccezioni, ma la mia impressione è che questi sono i governanti che ci meritiamo. E che, cosa non da poco, abbiamo eletto democraticamente. 

Purtroppo è un serpente che si mangia la coda: il malcostume genera malcostume e produce altro malcostume. Come si interrompe questo circolo vizioso? Forse, solo andandosene dall'Italia. Scrollandosi di dosso quest'aria soffocante che sa di sole e di fiori, spalancando gli occhi, guardando da fuori tutto quello che stiamo sprecando e poi - se si ha davvero coraggio - tornando.

venerdì 12 aprile 2013

Guest bloggers #1: Mulder, Scully, Edmund


Dunque. Fondamentalmente ormai mi sono affezionata a questo piccolo blog, solo che non so mai bene cosa scriverci. Mi spiego: amo la bloggosfera e mi piacerebbe condividere un po' del mio mondo, ma - ad esempio - proprio non riesco a capire quelle persone che pubblicano foto super-contrastate della loro progenie come se non ci fosse un domani. Oppure autoscatti di parti anatomiche fatti nei camerini dei negozi. Non dico che non li condivido per qualche motivo profondo, è che, a parte rare eccezioni, io riesco a fare una roba alla volta (quando ci riesco). Epperò mi giunge voce che le immagini 'tirano', che catturano l'attenzione più delle parole. Così mi è venuta alla mente un'idea geniale: Una rubrica di consigli letterari! Con dei blog-guest d'eccezione! E un servizio fotografico francamente imbarazzante originale! Tanta roba, lo so. Dunque, senza por tempo in mezzo, mi accingo a presentarvi i primi (e forse ultimi, dipende dalla dignità che mi resterà in futuro) ospiti letterari di Mi Piacerebbe Essere un Gatto.






MOMO – Michael Ende (Mulder e Scully)

Ai margini della città, tra le rovine di un antico anfiteatro, vive una bambina orfana di nome Momo. Momo ha un talento speciale, la capacità di ascoltare, che usa per aiutare tutti i suoi amici che vengono a farle visita, finché un giorno i sinistri Uomini Grigi cominciano a impadronirsi silenziosamente della città. Solo Momo ha il potere di resistere, e con l'aiuto del Professor Hora e la sua strana tartaruga Cassiopea, viaggia oltre i confini del tempo per scoprire i loro segreti oscuri.

Questo libro è piaciuto molto a entrambi. Si tratta di una storia ‘senza tempo’ (--> battutona di Mulder che apprezzerete in pieno dopo aver letto il libro, n.d.S.) che lettori di età diverse potranno apprezzare secondo diversi livelli di lettura. Momo è un’eroina sui generis che non ha nessuna delle caratteristiche delle più o meno moderne Principesse di varia provenienza; anzi, oggi probabilmente verrebbe definita una senza fissa dimora con un ritardo dell’apprendimento (giustificato però da una mancata frequentazione scolastica, n.d.S.). Questa decenne però ha un talento speciale: la capacità di ascoltare. Momo non elargisce consigli né opinioni… ascolta e basta, regalando tempo senza domandare nulla in cambio. Uno spreco che gli Uomini Grigi proprio non possono tollerare. Una lettura breve e delicata, perfetta tanto quanto fiaba della buonanotte che come compagna per un pomeriggio di pioggia. 






CUCCETTE PER SIGNORA –Anita Nair (Scully)

India. Un treno in viaggio nella notte e sui binari si snodano e si intersecano i ricordi di sei donne, sconosciute compagne di viaggio. All'arrivo Akhila sarà finalmente una donna serenamente decisa a spezzare le catene della sua cultura.

Questo libro ho dovuto recensirlo io perché “E’ un romanzo da femmina.” Vero. Probabilmente è vero che la psicologia femminile è cosa troppo complicata per un uomo, che non capendo questo genere di scrittura la bolla come noiosa, pesante… e via andare. Senza contare che un uomo, trovandosi di notte in compagnia di altri cinque portatori di pène (occhio all’accento), si guarderebbe bene dal condividere con essi debolezze, fallimenti e sogni. Le protagoniste di questo romanzo invece sono donne frustrate e provate dalla vita, e però terribilmente sincere. Di quella sincerità che nasce solo tra sconosciute e, forse, solo di notte. Le loro sono storie di sacrificio, di conformismo, di matrimoni combinati e aspirazioni soffocate. Ma anche di piccole ribellioni e di sprazzi di libertà.  Istantanee di un’India attuale e priva di ogni romanticismo esotico. 





 
DIO ODIA IL GIAPPONE – Douglas Coupland (Mulder)

Meno male che me so’ sfangato il romanzo sulle donne indiane frustrate. Per carità, bello sarà stato bello, ma appunto… Troppo complicato per me, umile portatore di pène. (Nonché di péne, ma per questo dovrei scrivere un romanzo mio). Dio odia il Giappone è un piccolo cult-book. Scritto dall’autore di Generazione X (e voglio dire…), profeta del postmodernismo pop, nonché ”possibly the most gifted exegete of North American mass culture writing today", questo strano romanzo di formazione fu pubblicato nel 2001 soltanto in giapponese. Perché tradurre in giapponese un testo scritto in inglese e farne di fatto scomparire la versione originale per più di dieci anni? Un mistero sul quale andrebbe fatta luce. Nel 2012 per fortuna è stato tradotto e pubblicato in italiano da una piccola casa editrice, che ne ha riproposto anche le illustrazioni originali davvero fighe.  Ah, manca la trama. Scusate.

La storia si concentra su giovani giapponesi persi nel malessere che ha travolto la cultura nipponica dopo lo scoppio della bolla economica tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90. Si parla anche dell’attentato nella metropolitana di Tokyo del 1995, di droghe sintetiche e di amore. 




 

IO VI MALEDICO – Concita De Gregorio (Edmund)

“E’ la perdita del lavoro l’origine del vortice di frustrazione, disillusione e paura che ci ha condotti qui. Non c’è altro da fare, oggi, che non sia dare voce a chi non ha voce. E’ quello il punto di rottura, il luogo in cui sparisce la solidarietà e il sentimento di condivisione che è alla base dell’idea di democrazia. Perché se non hai di cosa vivere ogni vicino è il tuo nemico.”

Io vi maledico è un libro tosto. Parla della rabbia ovattata di una generazione “post-ottimista e iperconnessa”, di un risentimento senza sbocco che ristagna e fermenta senza portare a una vera ribellione. Ma per ribellarsi bisogna essere consapevoli: bisogna prima aprire gli occhi e guardarsi in uno specchio che ci rimandi la nostra immagine nel modo più onesto possibile. Ed è questo che prova a fare l’autrice in questo reportage in giro per l’Italia che ha come leitmotiv la mancanza di lavoro e lo sfruttamento. Storie di giovani e meno giovani, di madri e di figli, di eroi e anti eroi del quotidiano, di ingiustizie ma anche di riscatto. Raccontate sempre con garbo e partecipazione. 





That’s all Folks! Speriamo che qualcuno ci abbia letto fin quaggiù. I lettori più attenti e affezionati si accorgeranno che manca la recensione di Io Viaggio da Sola (se non siete particolarmente attenti lo potete vedere nella prima foto, fa lo stesso). Doveva recensirlo Scully, ma all’ultimo momento è stata chiamata in ospedale e fare qualcosa che aveva a che fare con delle cellule staminali (sarà vero?). Io (Mulder) non lo potevo recensire al suo posto perché è un libro da femmina e Edmund… Boh, Edmund dopo le cinque è sempre fuori a cazzeggiare con gli amici  e appena gli chiedi un favore extra prende d’aceto che levate. Quindi boh, se ci sarà una prossima volta immagino che verrà recensito la prossima volta. Voi intanto continuate a leggere, ad aprire la mente e a scrutare il cielo alla ricerca di eventuali oggetti volanti non identificati. 



mercoledì 3 aprile 2013

(Solo) un leggero dolore

Venire contattati via cellulare di venerdì sera da un'importante e (g)giovane azienda per un colloquio in inglese per un posto diverso da quello per cui avevi inviato un curriculum settimane prima. Zerbinarsi un po', cercando di rispondere a domande vagamente strane ("Perché pensi di essere adatta per questo lavoro?" Beh, veramente mi ero candidata per un lavoro diverso, ma siam mica qui a spaccare il capello). Accettare (un po' incredula) di sostenere un secondo colloquio in sede, poi aspettare per una settimana l'email ufficiale in cui ti comunicano data e ora del colloquio. Andare al colloquio dopo una notte insonne passata a prepararti, sfangare il secondo colloquio. "Ti faremo sapere al più presto, sia che sia andata bene e allora ci sarà un terzo colloquio, sia che sia andata male." Tornare a casa e aspettare due settimane. "Non è andata bene, ma grazie comunque per l'interessamento." Prego, figurati.

Ricominciare a cercare.

domenica 31 marzo 2013

My dearest friend

Visto che è Pasqua e non ho niente di più gratificante da fare, questo pomeriggio ho fatto un po' di pulizie sui vari social networks. I cassetti della scrivania mi sono apparsi come una montagna troppo alta da scalare dopo pranzo, così ho messo un minimo di ordine nel mio mondo virtuale eliminando contatti superflui e chiudendo accounts ormai in disuso. E sono giunta ad un'importante conclusione: la soddisfazione che si ricava da un'azione quasi sempre va di pari passo con la quantità di polvere e zozzerie varie che si devono maneggiare per portare a termine la suddetta azione.

Provo a spiegarmi un momentino meglio. Mi sono sempre sforzata di credere che il mondo virtuale fosse regolato più o meno dalle stesse leggi che regolano quello reale; una persona è sempre una persona anche dietro un monitor - mi dicevo - con le sue debolezze e i suoi pregi e prima o dopo verranno fuori entrambi. Vero, io rimango me stessa anche quando comunico attraverso la rete, ma il modo in cui comunico è cambiato tantissimo negli ultimi cinque-sei anni. Ma voglio essere davvero nostalgica e andare ancora più a ritroso nel tempo, fino all'Era delle Lettere. Sono abbastanza vecchia da ricordare bene come si viveva nell'Era delle Lettere: si doveva prendere la carta, scegliere una bella penna, annotare quello che si voleva dire e poi scriverlo in modo ordinato e carino (o almeno così suggeriva il Manuale di Candy Candy) sulla missiva. Poi si doveva uscire, comprare un francobollo e imbucare il tutto. Ci voleva tempo e pure una certa dose di fatica per fare tutto 'sto popò di roba e quindi veniva naturale dare importanza a quello che si scriveva. In più si sapeva che l'altra persona avrebbe avuto bisogno di ritagliarsi un certo tempo da dedicare alle nostre parole. Ora dirò una cosa assolutamente reazionaria: una lettera, e prima del 2006-2007 anche una buona e-mail, avevano una dignità che nessun social network/instant messaging/what's up avrà mai. Oh, non fraintendetemi, io amo i social networks e ne sono vittima felice e succube. Sono consapevole che questo modo di comunicare ha praticamente annullato ogni barriera di tempo e di spazio e aperto prospettive fino a poco fa inimmaginabili, però forse ci ha anche resi un po' più distratti e superficiali. Se qualcuno dei nostri amici dice cosa a noi sgradita è sufficiente nascondere il post incriminato e il dissenso diventa superfluo. Se invece la stessa persona scrive (o più spesso "gira") qualcosa che ci piace... Voilà, abbiamo le opzioni mi piace (Facebook) o favorite (Twitter) atte a palesare la nostra approvazione in meno di un secondo. Ovviamente non sono i soli modi di comunicare, ovviamente esprimere un pensiero originale è ancora possibile e molti lo fanno, però il fascino dello Share/Like/Retweet è forte. Pensateci: con queste azioni è possibile raggiungere centinaia di persone in tempo reale e senza spendere nemmeno una caloria. E' facile, veloce, attuale e sicuro! Non ci si espone, non c'è pericolo di fare figure di merda, fondamentalmente non si rischia nulla. Tutto bello e innoquo in fondo, a patto che non si pretenda di costruire amicizie/relazioni su queste basi. Va bene, non esistono leggi certe e le relazioni a distanza sono sempre rischiose, ma se il mio amico A mi scrive una lettera/email a settimana in cui parla di sé e del suo mondo posso essere ragionevolmente certa che nella realtà A sia: uno schizofrenico, oppure più o meno quello che dice di essere. Come dicevo, ho passato una sfigata adolescenza a scrivere e ricevere lettere e ho una certa rilevanza statistica. Se l'amico B invece mi retwitta, mette 'mi piace' ai post che ho girato da qualche altro profilo, e il giorno del mio compleanno mi fa gli auguri su Facebook... Cosa so davvero di lui? Nada. Magari potrebbe essere la mia anima gemella, ma non lo saprò mai. Allo stesso modo potrebbe essere Hannibal Lecter, e questo sospetto spesso rende (comprensivamente) difficile decidere di dare una chance a B nel mondo reale.






Torniamo per un attimo alla mia intuizione (?!) pasquale e poi giuro vi lascio in pace: La soddisfazione che si ricava da un'azione quasi sempre va di pari passo con la quantità di polvere e zozzerie varie che si devono maneggiare per portare a termine la suddetta azione. Se si vuole comunicare con qualcuno, a prescindere dal mezzo che si sceglie di usare, tocca impegnarsi un minimo e mostrare anche la polvere e le cose non proprio belle. Sarà imbarazzante e rischioso, ma l'alternativa è una serie infinita di gattini sulla home di Facebook.

venerdì 1 marzo 2013

Ovatta


Sono una persona molto pavida. 

Ho sempre paura di sbagliare, di apparire - a seconda delle circostanze - ridicola, ipocrita, fredda, patetica, deludente, antipatica. Queste paure, applicate alle relazioni sociali, si trasformano in filtri tossici che spesso le rendono opache, deboli, poco significative. Filtri che dilatano distanze e pensieri, lasciandosi dietro solo una sorta di malinconia vuota che si nutre di cose non vissute. La cosa peggiore non sono tanto le relazioni che finiscono (che va be’, mantengono comunque una parvenza di normalità), ma quelle che si sviluppano intorno a un’idea e muoiono prigioniere di quella stessa idea. Sole, ovattate, inutili e anche un po’ ridicole. “Ma come, avevi immaginato così tante avventure per noi!” Eh mi dispiace ragazze, il pacchetto non era all-inclusive. 

Ogni volta che osservo questi pensionamenti precoci le mie paure cercano di divincolarsi e si mettono a sbattere i piedi, ma io le tengo strette. Severa, implacabile. "Fate le brave, presto sarà tutto finito". 

E infatti poi succede sempre così; la ferita brucia per un po’, dove ho stretto a volte viene fuori un livido, ma poi passa tutto. Certo, per un po’ resta una certa tristezza, ma si ricorre al portfolio di sorrisi di circostanza finché non passa anche quella. 

Dopodiché si fanno i bagagli e si riparte per il Paese dell'Ovatta.



 Immagine di Emily Winfield Martin

lunedì 25 febbraio 2013

Mannaggia, è andata così.


E’ un po’ di tempo, più o meno otto anni, che mi chiedo dov’è che continuo a sbagliare. Cosa potrei e dovrei fare che non sto facendo. In fondo ho sempre saputo di essere una persona abbastanza mediocre; ho un’intelligenza media, una forza di volontà che credo sia appena sotto la media e nessun talento particolare. Quindi per un bel po’ ho pensato che i miei fallimenti e la mia incapacità di trovare un posto nel mondo fossero se non colpa (mai parlare di colpe, è distruttivo!), almeno responsabilità della sottoscritta. Una specie di difetto di fabbrica. Del tipo: “Mannaggia, è andata così.” Poi però ho cominciato a notare come lo stesso sgradevole problema affliggesse anche svariati altri miei coetanei-compatrioti, che, onestamente, sono persone migliori della sottoscritta. Vorrei parlare un attimo di alcune di queste persone, posso? Non ho chiesto il loro permesso e quindi non farò nomi… Anzi no, inventerò improbabili nomi fittizi che è più divertente. 

C’è Brunilde, che a 24 anni si è laureata in Storia dell’Arte cum laude in una grande università. Lingue parlate: latino, greco, inglese, spagnolo, francese e arabo. Ha aspettato per anni che lo stato le desse la possibilità di prendere l’abilitazione per fare la guida turistica a Roma (ma d’altronde a cosa serve una guida turistica che conosce il latino e il greco a Roma?). Nel frattempo ha lavorato un po’ in nero ma, visto che così non le piaceva, ha cominciato a insegnare italiano per stranieri. Gli studenti l’adoravano, ma nel frattempo aveva deciso di mettere su famiglia e quel lavoro non le bastava ad arrivare nemmeno a metà mese. Così ha deciso di rimettersi in gioco, ha chiesto alla sua famiglia (ma soprattutto a se stessa) un altro sacrificio, e si è iscritta di nuovo all’università: scienze infermieristiche, “Che se c’è un settore che non conosce crisi è quello degli assistenti sanitari”. Tre anni e tante ore di tirocinio non retribuito più tardi arrivano la seconda laurea (110 cum laude) e la prima figlia. Qualche mese di maternità – se ha senso parlare di maternità quando non si lavora – l’assunzione in due o tre strutture tramite una di quelle cooperative che pagano praticamente a cottimo. Il lavoro è tanto, i turni spesso al limite della sicurezza. Ma va bene così, pensa Brunilde, almeno sto costruendo qualcosa. Poi, dopo meno di due anni, il turn-over. Perché ormai non si chiama più licenziamento, che è un termine talmente triste e desueto. Turn-over, come nelle grandi squadre di calcio; solo che qui sei senza contratto e non ti pagano. Forse un giorno la cooperativa ti richiamerà, forse no. Brunilde aspetta ancora e l’ultima proposta che le hanno fatto è a ottanta chilometri da casa, a sei euro lordi con partita iva. 

Ci sta Matilde, architetto innamorata dell’architettura da quando era ragazzina. Una di quelle rare persone che lavora per passione e non per soldi; un comportamento talmente raro da scatenare sospetti. “Bella trovata, ma ora seriamente… dov’è il trucco?” Nel suo caso non c’è nessun trucco; la conosco da più di quindici anni e garantisco che non c’è trucco. Porella, lo so. La passione alimenta il talento e Matilde è brava e piena di idee. Queste qualità in qualche modo le hanno miracolosamente permesso di esercitare e piano piano – anche qui dopo anni di lavoro gratis e spesso non riconosciuto – i clienti hanno cominciato a conoscerla e ad apprezzarla. Sono arrivate diverse soddisfazioni (ovviamente più morali che materiali) e Matilde ha deciso di fare il salto nel vuoto che tutti noi trentenni sogniamo e temiamo follemente: si è comprata un bilocale. Poi la crisi si è aggravata, il lavoro continuava ad arrivare ma i clienti hanno cominciato a non pagare. Matilde continua a lavorare otto-dieci ore al giorno, ma sta pensando di tornare a casa dei suoi per un po’ e affittare il suo adorato bilocale. Per non pesare troppo sulle spalle dei genitori e rimediare qualche euro extra. 

Potrei andare avanti per ore, ma anche il mio masochismo ha un limite e allora portate pazienza solo un altro po’, chiudo con un rapido elenco. C’è l’illustratrice che espone tavole meravigliose e oniriche in tutta Europa, l’amico d’infanzia che te lo ricordi che aveva la fissa del cinema fin da bambino e che oggi scrive – maledettamente bene – di film per un importante portale specializzato, il mago del computer che da ragazzetti t’ha riparato il PC anche quando credevi che non restasse che dargli l’estrema unzione, e poi c’è anche chi come te vorrebbe fare la giornalista ma è molto più specializzata di te… E ancora tanti, tanti altri. Tutte persone delle quali l’Italia sembra non sapersene cosa fare. Persone che hanno studiato nelle scuole pubbliche, sono state curate dalla sanità pubblica, che hanno accumulato conoscenze, sogni e abilità e che ora vorrebbero solo mettere a frutto tutto questo per creare qualcosa. Tutte persone alla quali – come a me – questo paese ha detto: “Grazie, ma non ci interessi. Se vuoi puoi restare, ma non avrai mai un futuro e manco una grande dignità. Sennò puoi andartene.” Mannaggia, è andata così anche per loro. 

Mannaggia, è andata così per un’intera generazione.

mercoledì 20 febbraio 2013

Cinica io?

 A Roma certi giorni sembra già quasi primavera. Amici che si sono trasferiti all’estero mi dicono che la nostalgia per questo cielo terso e quest’aria trasparente è davvero dura da vincere e non ho nessun motivo per non credergli. Ma se è vero, come mi sto convincendo sempre di più, che ogni cosa ha un prezzo, allora la posta da pagare per svegliarsi circondati da tutto questo azzurro è davvero alta di questi tempi. Ho anche l’impressione che gli italiani – o almeno molti italiani - si siano finalmente stancati di indossare la maschera degli eterni pulcinella e comincino a mostrare le loro vere facce: facce spesso stanche, scoraggiate, ciniche per necessità. Qualcuno ha deciso che continuare a pensare con la propria testa e credere nel futuro è troppo faticoso (per quel che vale la mia opinione non richiesta, non mi sento di biasimarli troppo) e ha deciso di seguire un nuovo imbonitore, che per farsi sentire grida più forte degli altri. E’ arrabbiato come noi si dicono, deve essere meglio di quelli che lo hanno preceduto. Qualcun altro continua a seguire il vecchio pifferaio, sperando di trovarsi, un giorno fortunato, a raccogliere qualche briciola di ricchezza, sesso e potere che dovesse eventualmente cadergli dalle tasche (questi qui, in barba al politicamente corretto, un pochetto invece li biasimo. Il caimano se vende pure le briciole, e se non lo avete capito dopo vent’anni…). E poi c’è la maggioranza silenziosa. Questo termine è sempre stato associato a una sorta di qualunquismo passivo e conservatore, ma oggi, di fronte agli strepiti e agli isterismi di questa campagna elettorale, mi sembra una scelta di composta e onesta dignità. La maggioranza silenziosa aspetta che gli strepiti finiscano e sotto sotto continua a sperare. Non sono i famosi Indecisi; la maggior parte di loro ha sempre votato e tra un’elezione e l’altra ha cercato di fare del suo meglio, senza eroismi ma senza abbassare la testa.

Anche io faccio parte di questi silenziosi, e tra quattro giorni mi troverò a votare – lo ammetto – per il candidato che mi sembra “il meno peggio”. Vorrei che non fosse così, ma tant’è. Spero che la sinistra vincerà queste elezioni, ma spero anche che se così fosse, dopo i festeggiamenti e le pacche sulle spalle di rito, da martedì prossimo smetteremo di sentire critiche e denunce e cominceremo a sentire più proposte. Perché credo che sia di questo di cui noi silenziosi abbiamo bisogno: proposte, programmi, e qualcuno che ci dica che non sarà facile, che probabilmente ci sarà da spaccarsi la schiena, ma che insieme si può ricominciare a costruire qualcosa. Capisco che negli ultimi due decenni il signor caimano abbia trascinato non solo la vita politica, ma anche quella civile a un passo dal baratro e che in certi momenti pestare i piedi era la sola alternativa per non scomparire, ma ora si presenta l’occasione per voltare pagina, cominciare un nuovo capitolo, abbassare i toni. Il cinismo è una medicina alla quale ormai ci siamo abituati e quindi è facile per noi dare un giudizio smaliziato alle vicende di certi paesi che, come gli Stati Uniti o la Scandinavia, vivono la politica in modo diverso. Semplicistici, naif, retorici. Ma è naif considerare chi la pensa diversamente da noi non come un avversario e non come un nemico? Cercare i punti in comune invece di esacerbare le differenze fino allo sfinimento? E soprattutto, è naif credere che lo sforzo comune porti a un benessere comune? Io spero di no.

Ma forse solo perché ho paura che qui, se non cambia qualcosa in fretta, ci rimarrà giusto questo cielo azzurro.






E comunque che fine ha fatto la fidanzata di Berlusconi? Io sono un po' preoccupata.



giovedì 14 febbraio 2013

Prove di risparmio energetico

 
Ognuno di noi deve capire quale potrebbe essere il suo contributo originale, il valore aggiunto che lo distingue e gli permette di trovare spazio sul mercato del lavoro. Il modo di renderci, se non indispensabili, almeno utili. Se lo scopriremo, con ogni probabilità avremo un lavoro, una retribuzione e un futuro soddisfacente.

Queste parole di Beppe Severgnini, prese dal suo “Italiani di domani: 8 porte sul futuro” (bel libro), hanno fatto risuonare una specie di campanella interna. Déjà vu, reazione pavloviana, istinto di sopravvivenza… chiamatelo come ve pare. Sono le idee con cui sono cresciuta, quella salda e testarda convinzione secondo la quale se lavori duro e bene, prima o poi verrai ricompensato. Quello che Barack Obama chiama the audacity of hope. Idee che (per fortuna) ancora rappresentano una sorta di fede per la parte più onesta e liberal delle generazioni precedenti alla mia, idee che noialtri figli dei dorati anni 80 però cominciamo a guardare come utopie. Beh, proprio utopie ancora forse no, ma di sicuro ormai sono anni che abbiamo capito che le solide e oneste basi su cui si sono poggiati e sono diventati grandi i nostri genitori per noi sono diventate un pavimento scivolossissimo. Beppe – classe 1956 – sei davvero sicuro di quello che hai scritto? Se chiudi gli occhi e allontani per un attimo la tua vita fatta di riconoscimenti, soddisfazioni, presentazioni di libri e viaggi, dentro di te sei davvero convinto che oggi, 14 febbraio 2013, l’impegno, la creatività e l’onestà ripaghino con una promessa per il futuro? Perché sai, io comincio ad avere qualche dubbio. Sono dubbi che ho fatto di tutto per ignorare, ma loro restano li bastardi e infidi e quindi mi farebbe davvero comodo che qualcuno mi dimostrasse che mi sbaglio. Tu, mio padre, persino Barack Obama. Sono cresciuta negli anni 80, sono piuttosto facile da convincere. Ho sempre pensato che le persone che svolgono il loro lavoro con passione, che hanno il coraggio di pensare in modo originale e di rimboccarsi le maniche per realizzare un’idea diffondano una luce speciale, rendendo il loro angolo di mondo un posto migliore. Un po’ retorico? Forse, ma da ragazzina era questo il genere di persona che volevo diventare. Solo che negli ultimi anni ho visto tante di queste luci spegnersi, semplicemente perché nessuno pagava più le bollette. Certo, non si tratta necessariamente di un processo irreversibile; si può stare per un po’ di tempo al buio e continuare a lavorare, ma prima o poi si finirà col gettare la spugna. Il termine cervelli in fuga non mi è mai piaciuto, mi è sempre sembrato un po’ elitario e freddo. Come se un certo numero di snob o di Michelangelo in erba avessero deciso, di punto in bianco, che l’Italia era un posto troppo provinciale per le loro aspirazioni intellettuali. Io di questi espatriati ne ho conosciuti più di uno e sentendo le loro storie li ho sempre visti piuttosto come ‘cuori in fuga’. Persone stanche di lavorare al buio. Perché dopo un po’, al buio, seguire il filo dei propri sogni diventa proprio difficile. 



martedì 5 febbraio 2013

Per favore no


Piuttosto che restituire l'IMU, Berlusconi dovrebbe ridarmi indietro i sogni dei miei vent'anni. (@FranAltomare, da Twitter)


Questa riflessione mi ha colpito allo stomaco poche ore dopo l'ormai famoso annuncio del nostro giullare di corte. Poi, il giorno dopo, ho scoperto che il termine condono tombale esisteva sul serio e non era una battuta inventata da qualche giornalista e la prostrazione è stata completa. Tipo: ciao, svegliatemi dopo il 25 febbraio e ditemi se devo preparare le valigie. Anzi meglio, per non rischiare lascio le valigie pronte sotto il letto e mi porto avanti col check-in online. 

Quando colui che non va nominato è stato eletto la prima volta, io ancora non potevo votare; avevo sedici anni e cominciavo appena a rendermi conto che non avrei potuto vivere in un eterno presente. Poi sono arrivati i secondi anni novanta, i miei vent'anni, la fine del liceo, l'inizio dell'università, le camicie di flanella, Prodi, D'Alema e Amato. Ok, non il massimo forse, ma mentre cercavo di restare a galla tra esami e alti e bassi relazionali la politica mi sembrava una roba lontana anni luce dal mio quotidiano. Tutto considerato, credo che allora pensassi di vivere in un paese normale. Poi è tornato lui. Era il 2001 e ricordo di essermi detta: "Ma non dovevamo vederci più?". E invece. La gente credeva che ci avrebbe regalato il benessere che si era costruito per se, mentre invece ha solo continuato a portar via, portar via, portar via. Per più di dieci anni. Ci ha portato via, tra le altre cose e in ordine sparso: cultura, lavoro, dignità, futuro, intraprendenza, gentilezza, serietà, ironia. E naturalmente sogni. Quelli di un'intera generazione, la mia (che deliziosa coincidenza!). Vedo in me e in molti miei coetaneai - diciamo per generalizzare nei nati tra il 75 e l'85 - un pessimismo e una stanchezza che vanno oltre la crisi internazionale e una voglia di scappare via dall'Italia che va oltre la speranza di un lavoro e di uno stipendio dignitosi. Si tratta, credo, della paura che il nostro meglio non sarà mai abbastanza perché qui chi dovrebbe e potrebbe spesso non è disposto a rinunciare a qualcosa per darci una chance. Ma si tratta anche della voglia di svegliarsi la mattina in un paese che abbia una memoria storica che va oltre l'ultima eliminazione di X-Factor, università che non siano dei feudi, una classe politica fatta non solo di imbonitori. Un paese dove nessuno deve scegliere tra lavoro e salute. Ci sono ancora tante cose belle in Italia, così tante che mi sembra retorico anche fare un elenco parziale. Ma sono cose che, se non corriamo ai ripari, piano piano andranno scomparendo. Proprio come la voce della mia generazione, che rischia di dimenticare i sogni dei vent'anni e trasformarsi nella Generazione Berlusconi, esaltando tutti i peggiori stereotipi sugli italiani fanfaroni, inaffidabili, corrotti, maschilisti e chi più ne ha più ne metta. Per favore, no.

lunedì 21 gennaio 2013

The Invisible Man

E poi un giorno cominci ad aver paura di essere invisibile. Ti lasci alle spalle il timore di non riuscire a realizzare i tuoi sogni, di fare errori, di prendere la strada sbagliata e comincia ad avanzare, subdola ma decisa, la paura di essere diventata - semplicemente - invisibile. Se ti guardi allo specchio ti sembra che le tue parti siano tutte più o meno al loro posto, interagisci ancora col tuo spicchio di mondo, ma tutto porterebbe a dire che per il resto della società sei diventata trasparente. Eppure ti sei sempre sforzata di comportarti in maniera decente: mai una rapina, o una visita alla centrale di polizia... Non butti manco le cartacce per terra. Non puoi nemmeno evadere le tasse, visto che per il fisco più o meno non esisti. 

Si vede davvero che hai fatto qualche errore in passato, ti dici, altrimenti perché la società dovrebbe comportarsi in questo modo? Si va be', si comporta in questo modo con circa due terzi della tua generazione, ma probabilmente è perché siamo nati con una qualche tara genetica che non riusciamo a superare. Il gene Bamboccione, paventano alcuni scienziati over 50. Va bene, ci posso anche stare, ma per risolvere la cosa allora avrei una proposta a costo zero. Aiutateci a capire dove sbagliamo. Non ti vado bene per un posto per il quale sembrerei avere tutte le qualifiche richieste? Ti prego, spendi due minuti e tre righe per spiegarmi il perché. Se proprio non hai manco due minuti da dedicarmi, spendi trenta secondi per farmi sapere che hai letto il mio curriculum ma non hai intenzione di assumermi. Va bene anche la stessa email che manderai al resto dei bamboccioni. Non si tratta di crisi economica, spread o recessione: il tempo, l'empatia, la volontà di insegnare quello che qualcuno, in tempi migliori, ci ha insegnato sono indipendenti da queste cose. Sembrerà banale, ma un porta che resta chiusa fa più male di una porta sbattuta in faccia. 




giovedì 17 gennaio 2013

Il fascino discreto del trash

Possiamo, per favore, parlare un attimo di Real Time? Il canale che trasmette robe tipo Transgender e Incinta, si. A me piace. E d'altronde ci stà, visto che è indirizzato a un target di femmine dai 20 ai 40 anni che conducono una vita vuota e scevra da grandi soddisfazioni. Però a quanto pare sono in buona compagnia, visto che 'sto canale che manda factual entertainment  24/7 pare faccia ascolti di tutto rispetto. Crisi generazionale? Perversioni latenti? Insonnia? Magari si, ma sospetto che per molte di noi le motivazioni di questa semi-dipendenza siano più banali. (Parlo al femminile per correttezza, ma so per certo di molti uomini etero che sfarfallano felici davanti al Boss delle Torte e simili amenità). Tutti i programmi di questo genere seguono un format preciso: problema, azione, risultato. C'è sempre una crisi che sembra irrisolvibile, qualcuno che ti aiuta a risolverla e - Parimpampum, il guaio presto sparirà. Tutto questo nell'arco di un'ora al massimo, pause pubblicitarie incluse. Non importa che tu vesta come una sopravvissuta all'inverno nucleare, ti trovi a partorire due gemelli nel cesso di un discount, o non sia in grado di cucinare le capesante al pistacchio; si risolverà tutto. Ascolta la fatina del guardaroba, l'ostetrica hipster, il cuoco brusco ma dal cuore tenero e alla fine del programma sarai una persona migliore. Almeno un po'. E immedesimarsi è facile, perché gli esperti in questione ce li hanno propinati così tante volte che ormai li sentiamo vicini come gente di famiglia: anche loro infallibilmente sempre uguali a loro stessi. Per non parlare dei protagonisti in difficoltà: ciccioni assurdi, donne che non si accorgono di essere incinte, quarantenni che si accaniscono a portare i pantaloni con le pences, tizi con verruche più grandi di bigné... Insomma diciamocelo, sembrano tutti un po' più sfigati di noi. Quindi se loro ci riescono, perché io no? Ok, una parte di noi sa bene che è tutto un po' troppo semplice e ripetitivo, ma alla fine è come quando intorno ai cinque anni ci siamo rese conto che no, era poco probabile che quei quattro topi fossero riusciti a sistemare il vestito di Cenerentola in meno di un pomeriggio e ci siamo trovate di fronte a una decisione drammatica: rinunciare alla favola o sospendere temporaneamente il nostro giudizio critico. E un po' di favola nella vita oggi serve come non mai.  Perché è bello la sera tornare a casa e scoprire che Gordon Ramsay, in fondo, ci vuole bene. 





mercoledì 9 gennaio 2013

Forse non sono una deviata sociale


Crescendo, ho sempre guardato a me stessa con un certo sospetto. Sono stata una ragazzina piena di confuse contraddizioni; a scuola me la sono sempre cavata, ma spesso gli insegnanti si lamentavano con i miei genitori del mio essere "Riflessiva, poco spontanea, silenziosa, timida." Ricordo di avere inventato ogni genere di stratagemma per cercare di scomparire ogni volta che un insegnante scandagliava la classe alla ricerca di qualcuno che rispondesse ad una domanda. Il 90% delle volte non avrei avuto alcun problema a rispondere alla stessa domanda per iscritto o magari in una conversazione a quattr'occhi, ma parlare in pubblico mi terrorizzava. Anche le feste erano spesso una prova da superare; tutti sembravano più brillanti di me, più sicuri, più attraenti, più carismatici. Insomma, sono cresciuta convinta di soffrire di una qualche rara patologia comportamentale. Qualcosa doveva essere andato terribilmente storto durante il mio sviluppo, rendendomi asociale, chiusa, fredda e insomma... una snob di merda. Soltanto recentemente ho scoperto che mi sbagliavo: ero e sono soltanto un'introversa. Naturalmente avevo già sentito questo termine, ma lo avevo sempre associato a un senso peggiorativo: l'introverso era colui che manca di estroversione, quindi di calore umano, di carisma, di intelligenza. I miei genitori erano estroversi, la mia cugina preferita era estroversa, e con loro i più popolari della scuola, il 99% delle celebrità e delle persone importanti. Volevo disperatamente diventare come loro, o per lo meno assomigliargli almeno un po'. E per anni ci ho provato in ogni modo: imponendomi eventi sociali che mi lasciavano sfinita e cercando di copiare le loro strategie (sorridere sempre, fingere di essere divertita anche quando non lo ero, frequentare persone più cool, ecc). Ma lo sforzo era così grande e i risultati così miserrimi che intorno al quarto anno di liceo ho gettato la spugna: ero condannata ad essere, se non una persona, almeno una personalità di serie B. Le cause di questa sentenza non erano chiare: probabilmente avevo iniziato troppo tardi a cercare di cambiare, oppure ero stata troppo pigra, o magari il mio aspetto fisico mi aveva penalizzato oltre ogni possibilità di redenzione sociale. In ogni modo era una cosa che sentivo in ogni fibra del mio essere e quindi mi sembrava che ci fosse ben poco da fare. Mi sono rassegnata a questo triste destino fino a quando non mi sono imbattuta, appunto, in questa scoperta incredibile: circa un terzo della popolazione occidentale (e più di metà di quella dei paesi orientali) è come me. Confesso che sono un paio di mesi che sto leggendo praticamente tutto quello che riesco a trovare sull'introversione (tipico comportamento introverso) e wow, me s'è aperto un mondo. Appartengo a un gruppo anche io! Non sono una deviata sociale! Non odio il prossimo! Cominciando a guardare le cose da una prospettiva solo leggermente diversa infatti, mi sono resa conto che:

  • Non odio stare con gli altri; semplicemente dopo un po' sento il bisogno di ricaricare le pile in solitudine. 
  • Non sono particolarmente ottusa, ma mi piace riflettere prima di parlare. Però in un mondo in cui il più veloce e il più appariscente vince quasi sempre, finisco spesso in secondo piano.
  • Non sono una stronza snob... O almeno non sono una snob; anzi sono capace di provare affetto ed empatia come la maggior parte delle persone, ma spesso resta tutto dentro di me. (Sulla stronza persistono ancora ragionevoli dubbi).

 Molti ricercatori pensano che le basi dell'introversione e dell'estroversione siano genetiche; quindi - se tanto mi da tanto - non dovrebbe esserci un carattere vincente e uno perdente, o quest'ultimo col tempo si sarebbe estinto. Invece anche noi introversi, evidentemente, a qualcosa dobbiamo servire. A cosa? Forse ad ascoltare, a sbatterci con teorie e ragionamenti complessi, a scrivere racconti e poesie, a immaginare teoremi matematici. O magari, più semplicemente, a integrare gli estroversi ricordando al mondo che esistono – e a volte sono vincenti – anche scelte e strade un po’ demodé come la gratificazione ritardata, l’osservazione, l’immaginazione, l’approfondimento (ossessivo e non). Non mi fraintendete: adoro gli estroversi e in fondo li invidio ancora un po’.  Non è mia intenzione criticarli, se non altro perché sono quasi tutti più simpatici di me. Quello che volevo, confusamente, dire è che probabilmente dovremo imparare gli uni dagli altri. La battaglia contro me stessa che ho combattuto da adolescente non è servita perché non sapevo ancora chi ero e cosa era giusto pretendere. E però mi sto convincendo sempre più che, una volta capiti e accettati i punti di forza e quelli deboli del nostro carattere, cambiare – nel senso di crescere - è possibile. Almeno un po’. Io posso decidere di andare a quell’aperitivo con persone semi-sconosciute e magari tornare a casa un po’ prima (o comunque quando comincia l’iperventilazione), il mio amico estroverso può decidere di contare fino a venti prima di parlare o rileggere un’email importante prima di inviarla. Non tanto per eliminare le differenze, quanto piuttosto per espanderci e capire meglio cosa prova chi è diverso da noi. 




 Se qualcuno avesse voglia di approfondire questa roba, consiglio vivamente "Quiet, il potere degli introversi in un mondo che non sa smettere di parlare", di Susan Cain.